NO agli incentivi per gli agrocombustibili!

Eco Nexus, una ong impegnata nella ricerca scientifica e nella divulgazione degli impatti ambientali delle nuove tecnologie agricole, chimiche ed industriali, ha indetto una raccolta di firme per una moratoria agli incentivi dell’Unione Europea per gli agrocombustibili. Qui potete leggere l’appello e se vi convince firmarlo!

Contro i crediti di carbonio per gli agrocombustibili

Il 21 ottobre è entrata in vigore la norma sull’assegnazione di crediti di carbonio per le piantagioni di agrocombustibili, in ottemperanza ad una modifica del protocollo di Kyoto approvata una settimana prima. Qui di seguito la traduzione dell’appello che trovate su Salva la Selva, contrario a questo meccanismo perverso dei “crediti di carbonio”. Esso non sancisce nient’altro che il diritto per le economie “sviluppate” di continuare ad avvelenare le proprie popolazioni e contemporaneamente distruggere le economie dei paesi del Sud del mondo imponendo sistemi agroalimentari nocivi per il pianeta.

Un Congresso delle Nazioni Unite ha deciso che la soia, l’olio di palma e altre piantagioni per agro combustibili potranno ricevere crediti di carbonio attraverso il Meccanismo di Sviluppo Pulito (CDM). L’industria degli agrocombustibili, che già riceve impulso dalle percentuali obbligatorie, dagli incentivi e dai sussidi stabiliti da UE e USA può d’ora in poi contare su centinaia di milioni di sussidi addizionali.
Grandi quantità di emissioni di diossido di carbonio di stabilimenti energetici a base di carbone in Europa, ora possono essere ufficialmente “compensati” da imprese che paghino per piantagioni di soia in Brasile, o piantagioni di palma africana in Indonesia o Tailandia. Questo darà impulso a ulteriore deforestazione e distruzione di ecosistemi, e quindi al cambiamento climatico.
Il CDM è stato stabilito dal Protocollo di Kyoto e permette ai paesi del Nord di “compensare” le proprie emissioni di gas serra a fronte di finanziamenti a progetti in Sudamerica, invece di ridurre le proprie emissioni. Questo è un chiaro indizio che la maggior parte dei crediti di carbonio del CDM si dirigeranno a industrie inquinanti nel Sud, ovviamente a discapito delle comunità locali, dei loro diritti e del loro ecosistema. Nel futuro, ogni volta più crediti di carbonio del CDM saranno destinati a piantagioni di monocoltura nel Sud – che già ora includono piantagioni di soia, palma africana e jatropha per gli agro combustibili. Le nuiove norme del CDM per gli agro combustibili stabiliscono che le piantagioni devono trovarsi in “terre degradate o in degrado”. Questa definizione è così ampia che, per esempio, qualsiasi superficie di terra dove la vegetazione si stia riducendo a causa di crescenti inondazioni o al calore causato dal cambiamento climatico, entrerebbe a far parte di questa cateb allo stesso modo, qualsiasi terreno colpito dall’erosione o dal compattamento della terra. Fino ad ora, le monocolture industriali sono il modo più rapido di degradare il suolo, distruggere la biodiversità e contaminare l’acqua e l’atmosfera.
La decisione del Comitato Esecutivo del CDM di appoggiare in questo modo le monocolture per agro combustibili si è basata su due solleciti presentati dall’industria: uno dalla Agrenco, che spera di ottenere generosi finanziamenti attraverso il mercato del carbonio per le piantagioni di soia nello stato brasiliano del Mato Grosso. Il Mato Grosso ha il tasso più alto di deforestazione in Amazzonia, dovuto principalmente alle monocoltivazioni di soia. Il cerrado, che è la pianura più biodiversa del mondo, sta venendo distrutta a causa dell’espansione della soia nel Mato Grosso, e con quella, il sostentamento delle comunità indigene, tra le altre. Inoltre, Mato Grosso è uno dei due stati nell’Amazzonia brasiliana con il tasso più alto di appropriazione illegale di tere, che è qualcosa di molto comune tra le imprese che stabiliscono piantagioni. Il secondo sollecito sul quale si è basata la decisione è stato quello per l’espansione della palma africana in Tailandia. Il governo tailandese sta promuovendo l’espansione della palma da 400.000 ettari nel 2006 a 1,6 milioni di ettari per il 2029. Le piantagioni si stanno espandendo rapidamente sui boschi delle conche idrogeografiche e umide e sui boschi comunitari e sui campi di riso. La tendenza delle precipitazioni si sta riducendo in Tailandia più di quello ceh richiedono le piantagioni di palma, per cui l’esaurimento dell’acqua dolce è inevitabile. Secondo l’organizzazione tailandese Project for Ecological Awareness (Progetto per la Coscienza Ecologica): “Se si porta avanti una espansione della palma da olio secondo il piano governativo, la Tailandia perderà irreversibilmente la sua sicurezza alimentare, la sua biodiversità biologica, ed un polmone inestimabile per il mondo”.

Qui potete leggere i commenti di “Bioenergy Business”, una pubblicazione di Environmental Finance, sulla  concessione accordata dall’ONU. Environmental Finance è un bollettino ad uso e consumo dei grandi investitori nel settore agroindustriale, quindi vi lascio immaginare il tenore del commento…

Brasile cerca di riavvicinare Venezuela e Colombia

Un articolo da BBC World sulla mediazione Brasiliana nella questione basi. E’ da segnalare anche che l’ambasciatore USA a Bogotà,  Brownfield, nel frattempo si è autocandidato per la mediazione tra Colombia e Venezuela (!!!), sostenendo che l’accordo in corso è un semplice accordo di “cooperazione bilaterale” volto alla lotta al narcotraffico ed al terrorismo. Intanto le relazioni diplomatiche tra Colombia e Venezuela restano congelate, con un calo delle relazioni commerciali del 57% nel mese di ottobre 2009. 

Yolanda Valery BBC

Venezuela garantirà “la difesa del territorio” dall’accordo tra Colombia e USA. Deputati brasiliani si sono riuniti questo lunedì con le autorità venezuelane per conoscere di prima mano le loro posizioni nel conflitto che questo paese porta avanti con la Colombia a causa dell’uso di basi militari del paese vicino da parte delle forze armate statunitensi. “siamo arrivati all’apice della tensione. Bisogna superarla, ridurne la scala ed ottenere il controllo della situazione. Questo è possibile”, dice a BBC World il capo della delegazione, Raúl Jungmann. Il parlamentare afferma che anche se il presidente venezuelano Hugo Chávez ha rifiutato la proposta del suo omologo brasiliano, Luiz Inazio Lula da Silva, di intavolare un dialogo diretto con il mandatario colombiano, c’è margine di manovra. Cita il prossimo vertice di cancellieri e ministri della Difesa dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), prevista per il 27 novembre, come uno scenario di accerchiamento. Estende anche l’invito per portare a termine una riunione di capi dei corpi legislativi sudamericani durante il primo trimenstre dell’anno prossimo. “abbiamo la speranza che questo incontro sia la sede adeguata”, dice. Credere sulla parola I deputati della Commissione Esteri della Camera Bassa hanno cominciato in Venezuela un viaggio di una settimana, che ocntinuerà in Bolvia e in Ecuador. Jungmann chiarisce che non si trovano nel paese per mediare, perchè non sono stati invitati per questo, ma che sono giuntio “a prendere atto, a capire la situazione ed a collaborare ne ilimiti del possibile”. E per questo hanno tenuto una riunione col vicecancelliere per l’area dell’America Latina, Francisco Arias Cárdenas, che ha ratificato la posizione ufficiale del governo venezuelano: le basi rappresentano una minaccia per la sovranità nazionale e il suo paese non sta dichiarando guerra alla Colombia ma si prepara per la difesa del territorio. “questione di principi” I deputati hanno esposto che gli Stati Uniti hanno basi anche nelle Antille e nel Centroamerica, e che gli accordi tra Bogotà e Washington risalgono al 1962. a questo Arias Cárdenas ha risposto che l’opposizione al nuovo trattato è “una questione di principi”. Alla domanda se la tesi della “difesa del territorio” sostenuta dal governo venezuelano – che, secondo quanto dichiarato recentemente dal presidente Chavez, passa per l’intensificaizone del movimento di truppe e miliziani civili, oltre ad altre misure – gli è parsa convincente, Jungmann ha risposto che non può far altro che credere alla parola del viceministro. Le parole del mandatario venezuelano sul preparare il paese per una guerra col paese vicino hanno dato luogo alla sospensione di una votazione nel senato brasiliano sull’ingresso del loro paese nel Mercosur.

Ernesto Samper sulle basi USA (12 novembre 2009)

Il commento dell’ex presidente Colombiano Samper (da Selvas Blog):

L’accordo firmato lo scorso 30 ottobre tra i Governi di Colombia e Stati Uniti, per permettere la presenza di truppe e lo stazionamento di portaerei da guerra nordamericane in sette basi strategiche colombiane, avrà alcune gravi implicazioni nella determinazione della futura politica estera colombiana, nemmeno comparabili a quelle che risultarono quando, all’inizio del XIX secolo, il paese perse il canale di Panama.
Nei documenti interni del Pentagono di gennaio di quest’anno, prima che esistesse qualsiasi negoziazione con la Colombia, già erano segnalate le basi come parte della strategia di “messa in sicurezza strategica “ degli stati Uniti nell’emisfero sudamericano. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti sono riusciti a cominciare a smantellare le loro 800 basi nel mondo e a costruirne un nuovo tipo, le cosiddette “basi spedizioniere”, che permettono loro di vigilare, da corridoi geografici determinati, grazie a differenti siti di rifornimento, diverse aree del mondo.

Le nuove enclave militari nordamericane in Colombia e, più concretamente, la base di Palanquero, localizzata nel cuore del paese e considerata la fortezza emblematica della nostra Forza Aerea, raggiungerà questo obiettivo di sicurezza strategica del Sudamerica e della costa occidentale Africana attraverso l’isola di Ascension, vicina alla città di Recife in Brasile.

Anche se i cancellieri dei paesi firmatari dell’accordo hanno sottolineato che le basi rafforzeranno solo la lotta della Colombia contro il narcotraffico e il terrorismo, p chiaro che per il tipo di equipaggiamenti che arriveranno, come aerei C-17, che portano fino a 70 tonnellate di materiale bellico, aerei Orion per lo spionaggio elettronico, i potenti aerei Awad, vere e proprie piattaforme volanti di intelligence e i Boeing 707, i nuovi equipaggiamenti non serviranno al trasporto massivo di narcotrafficanti, alla fumigazione di coltivi illeciti o alla localizzazione di terroristi nella selva amazzonica.

Lo hanno capito i paesi dell’emisfero che, riuniti diverse volte nell’UNASUR, sotto la leadership del Brasile, hanno espresso la loro preoccupazione per la pericolosa presenza nordamericana nella regione. Nemmeno le molteplici visite di alti funzionari del Dipartimento di Stato ne le lettere personali di Hillary Clinton ai rappresentanti regionali sono riuscite ad attenuare la convinzione esistente che le nuove basi non lanceranno operazioni nella zona. E non a caso.

Con l’eccezione delle basi di Howard a Panamá e quella di Manta in Ecuador, appena dismessa, non erano mai esistite, fino ad oggi, basi militari nordamericane in Sudamerica. Il che spiega perchè l’accordo firmato danneggia non solo la Colombia, ma anche il Governo di Obama che, con questa decisione, manda un segnale equivoco, diciamo “tradizionale” per essere buoni, rispetto all’ancora sperato riposizionamento delle sue relazioni con l’America Latina.

La cosa più grave degli accordi è stata la forma in cui è stata gestita l’informazione su di essi, in maniera quasi clandestina, di nascosto dalla opinione pubblica e senza la partecipazione dei Congressi dei due paesi. Quello della Colombia ha ignoratola raccomandazione fatta dal Consiglio di Stato – organismo sussidiario, secondo la Costituzione, del potere Esecutivo- che consigliava, data l’importanza del tema, di portarlo alla discussione del Congresso della Colombia e di sottometterlo in seguito all’analisi della Corte Costituzionale.

La maggior parte dei mezzi di comunicazione colombiani, dal loro canto, ha tenuto il tema, per ragioni inesplicabili, all’interno di una sorta di campana pneumatica, facendo indirettamente il gioco del governo Uribe, che aveva ordinato di firmare il pericoloso strumento all’alba del passato 30 ottobre con la laida presenza dell’ambasciatore USA come rappresentante della controparte e i ministri colombiani responsabili del tema.

Il Senato colombiano, che sarebbe obbligato ad autorizzare questa presenza di navi militari e truppe straniere, e lo stesso Congresso, che dovrebbe convertire in legge questo accordo che ci impegna a sottostare ad una politica egemonica da guerra fredda, non hanno detto, ufficialmente, neanche il proprio nome.
E anche se in una prima tappa la cosa prevedibile è che i paesi dell’area si mantengano in prudente attesa, è facile prevedere cosa succederà quando dalle nuove basi cominceranno a lanciare (del resto sono state costruite per questo- operazioni speciali di vigilanza elettronica sul Sudamerica.

§Infine, non si può escludere che le FARC approfittino di questa inopportuna presenza per impegnare militarmente gli Stati Uniti nella guerra colombiana, il che complicherebbe definitivamente l’effetto dell’internazionalizzazione del conflitto interno colombiano che il presidente Uribe ha ottenuto con questa decisione che non solo compromette il futuro della politica estera della Colombia, ma che già lega e complica le nostre relazioni con Venezuela, Ecuador, Cuba, Nicaragua e Bolivia.

Altro che sostenibilità…

Nella sezione “La palma in Colombia” trovate la trascrizione di un’intervista a una studiosa colombiana di agrocombustibili, Paola Alvarez Roa. Un documento contundente sui rischi di queste coltivazioni. Vi invito inoltre a visitare il sito del World Rainforest Movement che contiene, oltre alla lettera aperta contro il RSPO, altre informazioni su questa tavola rotonda che certifica, con una sfacciata operazione di greenwashing, le monocoltivazioni di palma dichiarandone la “sostenibilità”.

Colombia, basi militari per gli Usa (PeaceReporter)

Il commento di Alessandro Grandi al recente accordo sulle basi militari USA in Colombia

17/08/2009

Concluso l’accordo fra Washington e Bogotà: la lotta ai narcos e al narcotraffico si fa più dura. Arriveranno in Colombia altri 150 soldati statunitensi

La decisione presa da Washington e Bogotà di apporre le firme sull’accordo per lo sfruttamento di basi militari nel paese sudamericano da parte degli Usa sta già generando polemiche nell’area.

Alla fine, dopo mesi di incontri, polemiche e ingerenze da parti di stati esterni alla vicenda, l’accordo è stato raggiunto: gli Stati Uniti potranno utilizzare le basi militari colombiane per i prossimi dieci anni. Scopo dell’accordo: dare maggiore impulso alle attività di lotta al narcotraffico e ai cartelli che lo controllano. Circa 40 milioni di dollari (poco meno di 30 milioni di euro) saranno versati nelle casse colombiane dall’amministrazione statunitense e in più saranno messi a disposizione dai soldati di Bogotà conoscenze e tecnologie di ultima generazione.
Ora il testo dell’accordo passerà alla revisione tecnica nei rispettivi paesi e solo dopo l’approvazione dei due governi potranno essere definitivamente firmati.
L’accordo fra il Paese latinoamericano e gli Usa ha scatenato una serie infinita di polemiche, soprattutto nei paesi limitrofi alla Colombia. Hugo Chavez, presidente del Venezuela, si è detto molto preoccupato per questa firma che giudica “molto simile a un’aggressione militare”. Ovvie e immediate le reazioni statunitensi. “La nostra presenza in Colombia ” ha detto l’assistente alla Difesa per gli affari esteri Frank Mora, “non significa che andremo a incrementare la nostra presenza in quel Paese. Stiamo solo formalizzando ciò a cui stiamo lavorando da anni”.
Intanto, però, la presenza di militari aumenterà da 250 a più di 400 unità. Inoltre, nell’accordo è prevista un’apertura a tutti i paesi della zona che avessero voglia e interesse a impegnarsi nella lotta alla droga e al narcotraffico. “Tutto avverrà nella massima trasparenza. Siamo consapevoli che il progetto potrebbe destare preoccupazioni nei paesi dell’area” ha subito fatto sapere il generale Usa James Cartwright. Avvertenze e spiegazioni quelle di Cartwright che sono un evidente segno del nuovo corso della presidenza di Obama che ha abbandonato (sembra) i metodi utilizzati nei decenni passati quando i paesi dell’America Latina erano considerati “il giardino di casa” e per questo la trasparenza era l’ultima cosa a cui si pensava.
I Paesi dell’area intanto si interrogano. Dall’Ecuador il presidente Correa , ha già fatto sapere che il contratto per l’uso della pista dell’aeroporto militare della base di Manta da parte dei soldati Usa, in scadenza nel novembre prossimo, non verrà rinnovato. L’accordo valido per dieci anni era stato firmato nel 1999. Sembra, però, che all’amministrazione Usa e quella colombiana la questione non interessi molto. Da Bogotà ci tengono a far sapere che la lotta alla droga e al narcotraffico (e tutti gli accordi che la riguardano) è un affare regionale e quindi tutti i Paesi, soprattutto quelli amici, saranno invitati a dialogare e a partecipare al progetto. “Ecuador e Venezuela sono nostri fratelli” dicono a Bogotà “e accordi di questo tipo li vorremmo avere anche con il Brasile”.
Questo genere di discorso è poco convincente secondo il presidente del Venezuela, Chavez. “Questo patto militare – ha detto il leader bolivariano – inizia a far soffiare venti di guerra”. D’accordo con lui anche il presidente dell’Equador Correa. A smorzare i toni, però, ci ha pensato Alvaro Uribe che dalla capitale colombiana ha voluto pronunciare parole distensive e ha chiesto nuovamente scusa al presidente ecuadoriano per l’intrusione nel territorio controllato da Quito avvenuta nel marzo 2008. In quella circostanza l’esercito colombiano riuscì a colpire una colonna di guerriglieri delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che si era rifugiata in territorio ecuadoriano. “Ci hanno chiesto ancora di accettare le loro scuse” ha detto Correa “e noi le accettiamo con tutto il cuore”.

Alessandro Grandi

Borneo: quelle palme che avvelenano l’aria

Ho ricevuto questa stupenda segnalazione e vi rendo partecipi di questo studio condotto dall’Università degli Studi di L’Aquila sugli effetti devastanti della palma africana sugli ecosistemi del pianeta (nel caso vi fossero rimasti dei dubbi!) Grazie ai curatori di Salva Le Foreste

Lo rivela una ricerca made in Italy

Un recente studio sul campo condotto da un team internazionale di scienziati, tra cui ricercatori del Centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila, dimostra che le piantagioni di palma da olio non sono solo esponsabili della deforestazione, ma emettono ossidi di azoto, che generano ozono, in quantità molto maggiori della foresta che hanno sostituito. Pubblichiamo qui un contributo di Piero Di Carlo, ricercatore del centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila.

La deforestazione è un fenomeno che non accenna a diminuire, cambiano le aree interessate, le motivazioni per cui viene effettuata, ma purtroppo è un processo di autolesionismo umano inarrestabile. Se in passato si cercava di giustificare la rimozione di foreste con la necessità di nuovi pascoli o terreni da dedicare all’agricoltura, oggi addirittura si avanzano motivazioni di tipo economico ed ambientale.

E’ il caso del processo di deforestazione che sta riguardando una delle foreste più grandi al mondo: quella tropicale del Borneo, in Malesia. Nell’area è in atto una inesorabile sostituzione di vegetazione forestale con piantagioni di palme per la produzione di olio, la cui richiesta è in continuo aumento perché utilizzato in un numero molto elevato di prodotti alimentari e cosmetici e perché molto economico rispetto ad altri. La produzione di quest’olio negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale, globalmente ha raggiunto i 35 milioni di tonnellate e, nella sola Malesia oggi le piantagioni di palme rappresentano il 13% del territorio mentre nel 1974 ricoprivano solo l’1%. L’aumento di queste piantagioni, e di conseguenza la diminuzione delle foreste, sta avendo un nuovo impulso negli ultimi anni poiché l’olio di palma è stato recentemente identificato come un biocarburante da poter affiancare al petrolio sia perché più economico sia perché considerato, erroneamente, più rispettoso dell’ambiente. Al di là della beffa della distruzione delle foreste, un recente lavoro pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Science ha dimostrato come le palme da olio siano potenzialmente più inquinanti della vegetazione delle foreste che sostituiscono. I risultati sono frutto di una campagna di misure svolta durante l’estate 2007 nella foresta del Borneo, in cui per la prima volta, sono state fatte misure di emissioni di composti in atmosfera sia in piena giungla che in un’area adiacente in cui questa è stata sostituita da una piantagione di palme da olio.

La missione capitanata da Nick Hewitt dell’Università di Lancaster ha visto la partecipazione di altre otto università ed istituti di ricerca Inglese, università americane e, con uno strumento sviluppato nei nostri laboratori del Centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila, per le misure di ossidi di azoto.

Le osservazioni dimostrano come le palme da olio emettano fino a quattro volte più composti volatili organici (VOC) della foresta e più ossidi di azoto. Questi composti sono gli elementi che formano, in atmosfera, l’ozono, il principale inquinante della bassa atmosfera sia per gli effetti sulle vie respiratorie che per quelli sulla vegetazione. Allo stato attuale i livelli di guardia dell’ozono non sono stati ancora superati, ma se non si interviene con una riduzione della deforestazione e un controllo delle emissioni di ossidi di azoto, in futuro vi potrebbero essere degli effetti deleteri non solo per la qualità dell’aria delle aree tropicali, ma anche su scala globale, poiché nei tropici i moti convettivi in atmosfera sono tra i più efficaci e permettono il trasporto di composti emessi o prodotti localmente anche su larga scala. Questo lavoro è da considerare un “early warning”, cioè un invito a prendere le dovute precauzioni prima che la sostituzione delle foreste tropicali con le piantagioni di palme da olio abbia effetti irreversibili sul nostro pianeta.

Se da una parte alcune decisioni riguardano le politiche ambientali ed economiche mondiali, ognuno di noi, nel proprio piccolo, può contribuire affinché la domanda di quest’olio, non continui a crescere sempre di più. Infatti anche i nostri supermercati sono pieni di alimentari e cosmetici prodotti con olio da palma, tipicamente riportato con la dicitura generica “olio vegetale”: cercare di preferire quelli che non ne fanno uso può dare un piccolo apporto oltre alla salvaguardia delle foreste anche della qualità dell’aria.

Dr. Piero Di Carlo
Dipartimento di Fisica
Centro di Eccellenza CETEMPS
Universita’ degli Studi di L’Aquila

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