Borneo: quelle palme che avvelenano l’aria

Ho ricevuto questa stupenda segnalazione e vi rendo partecipi di questo studio condotto dall’Università degli Studi di L’Aquila sugli effetti devastanti della palma africana sugli ecosistemi del pianeta (nel caso vi fossero rimasti dei dubbi!) Grazie ai curatori di Salva Le Foreste

Lo rivela una ricerca made in Italy

Un recente studio sul campo condotto da un team internazionale di scienziati, tra cui ricercatori del Centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila, dimostra che le piantagioni di palma da olio non sono solo esponsabili della deforestazione, ma emettono ossidi di azoto, che generano ozono, in quantità molto maggiori della foresta che hanno sostituito. Pubblichiamo qui un contributo di Piero Di Carlo, ricercatore del centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila.

La deforestazione è un fenomeno che non accenna a diminuire, cambiano le aree interessate, le motivazioni per cui viene effettuata, ma purtroppo è un processo di autolesionismo umano inarrestabile. Se in passato si cercava di giustificare la rimozione di foreste con la necessità di nuovi pascoli o terreni da dedicare all’agricoltura, oggi addirittura si avanzano motivazioni di tipo economico ed ambientale.

E’ il caso del processo di deforestazione che sta riguardando una delle foreste più grandi al mondo: quella tropicale del Borneo, in Malesia. Nell’area è in atto una inesorabile sostituzione di vegetazione forestale con piantagioni di palme per la produzione di olio, la cui richiesta è in continuo aumento perché utilizzato in un numero molto elevato di prodotti alimentari e cosmetici e perché molto economico rispetto ad altri. La produzione di quest’olio negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale, globalmente ha raggiunto i 35 milioni di tonnellate e, nella sola Malesia oggi le piantagioni di palme rappresentano il 13% del territorio mentre nel 1974 ricoprivano solo l’1%. L’aumento di queste piantagioni, e di conseguenza la diminuzione delle foreste, sta avendo un nuovo impulso negli ultimi anni poiché l’olio di palma è stato recentemente identificato come un biocarburante da poter affiancare al petrolio sia perché più economico sia perché considerato, erroneamente, più rispettoso dell’ambiente. Al di là della beffa della distruzione delle foreste, un recente lavoro pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Science ha dimostrato come le palme da olio siano potenzialmente più inquinanti della vegetazione delle foreste che sostituiscono. I risultati sono frutto di una campagna di misure svolta durante l’estate 2007 nella foresta del Borneo, in cui per la prima volta, sono state fatte misure di emissioni di composti in atmosfera sia in piena giungla che in un’area adiacente in cui questa è stata sostituita da una piantagione di palme da olio.

La missione capitanata da Nick Hewitt dell’Università di Lancaster ha visto la partecipazione di altre otto università ed istituti di ricerca Inglese, università americane e, con uno strumento sviluppato nei nostri laboratori del Centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila, per le misure di ossidi di azoto.

Le osservazioni dimostrano come le palme da olio emettano fino a quattro volte più composti volatili organici (VOC) della foresta e più ossidi di azoto. Questi composti sono gli elementi che formano, in atmosfera, l’ozono, il principale inquinante della bassa atmosfera sia per gli effetti sulle vie respiratorie che per quelli sulla vegetazione. Allo stato attuale i livelli di guardia dell’ozono non sono stati ancora superati, ma se non si interviene con una riduzione della deforestazione e un controllo delle emissioni di ossidi di azoto, in futuro vi potrebbero essere degli effetti deleteri non solo per la qualità dell’aria delle aree tropicali, ma anche su scala globale, poiché nei tropici i moti convettivi in atmosfera sono tra i più efficaci e permettono il trasporto di composti emessi o prodotti localmente anche su larga scala. Questo lavoro è da considerare un “early warning”, cioè un invito a prendere le dovute precauzioni prima che la sostituzione delle foreste tropicali con le piantagioni di palme da olio abbia effetti irreversibili sul nostro pianeta.

Se da una parte alcune decisioni riguardano le politiche ambientali ed economiche mondiali, ognuno di noi, nel proprio piccolo, può contribuire affinché la domanda di quest’olio, non continui a crescere sempre di più. Infatti anche i nostri supermercati sono pieni di alimentari e cosmetici prodotti con olio da palma, tipicamente riportato con la dicitura generica “olio vegetale”: cercare di preferire quelli che non ne fanno uso può dare un piccolo apporto oltre alla salvaguardia delle foreste anche della qualità dell’aria.

Dr. Piero Di Carlo
Dipartimento di Fisica
Centro di Eccellenza CETEMPS
Universita’ degli Studi di L’Aquila

Le piantagioni di palma da olio non saranno mai sostenibili

Ricevo, sottoscrivo e diffondo un appello diffuso dalla Red de Alternativas a la Impunidad y Globalizacion del Mercado, affinchè le organizzazioni internazionali (governative e non) delegittimino la “certificazione” della palma da olio della RSPO (una tavola rotonda “indipendente” alla quale partecipano i produttori stessi, che autocertificano la sostenibilità della loro produzione…). La palma da olio non è sostenibile; produce invece impatti sociali, ambientali ed economici devastanti.

2/11/2009

Lettera aperta alla RSPO e al WWF

* Le piantagioni di palma da olio non saranno mai sostenibili *

Un anno fa è stata pubblicata la Dichiarazione internazionale contro la “greenwashing” della Tavola Rotonda per la Palma da Olio Sostenibile (RSPO), che è stata firmata da oltre 250 organizzazioni in tutto il mondo (www.salvalaselva.org/news.php?id=1067). Da allora, la RSPO ha continuato la certificazione dell’olio di palma prodotto da aziende che sono direttamente responsabili per la violazione dei diritti delle comunità locali, continuando la distruzione delle foreste pluviali, delle torbiere e di altri abusi contro la popolazione, l’ ambiente e clima. E ciò che è più grave, ai fornitori di olio di palma si stanno fornendo certificazioni “provvisorie” della RSPO basata esclusivamente su auto-valutazioni. In Malesia, Indonesia e Papua Nuova Guinea sono già state certificate piantagioni di palma distruttive; la stessa pratica di Greenwashing è iniziata in Colombia, Thailandia e Ghana.

Siamo profondamente preoccupati che la certificazione RSPO venga utilizzata per legittimare l’espansione della domanda di olio di palma e, quindi le piantagioni di palma da olio, e serva a coprire con un mascheramento verde i disastrosi impatti sociali e ambientali del settore dell’olio di palma. Le regole della RSPO non escludono l’abbattimento di molte foreste naturali, la distruzione di altri importanti ecosistemi, o di torbiere. Le piantagioni certificate RSPO incidono in modo nocivo sui mezzi di sostentamento e nella vita delle comunità locali e il loro ambiente. I problemi si sono aggravati con la creazione di un conflitto di interessi in un sistema in cui un’azienda che desidera essere certificata assume un’altra società a svolgere la valutazione nei suoi confronti.

Siamo anche preoccupati per il ruolo svolto dal WWF nel promuovere la RSPO e il suo utilizzo a sostegno della crescita infinita della domanda di olio di palma. Il WWF è stato l’iniziatore della RSPO, e continua a fare pressioni per questa iniziativa in tutto il mondo, che si unisce al suo sostegno per l’industria dei biocarburanti, tra cui l’olio di palma. Il coinvolgimento del WWF è utilizzato dalle imprese per giustificare la produzione di agrocarburanti, la costruzione di raffinerie di più e più centrali a base di olio di palma in Europa. La promessa di “olio di palma sostenibile “, sostenuto dal WWF, è stato uno dei principali fattori alla base della decisione dell’ Unione Europea a mantenere una percentuale richiesta del 10% di biocarburanti entro il 2020 e la RSPO sarà utilizzata per consentire che la produzione e l’utilizzo di olio di palma possa dare accesso a contributi e altri benefici. Questo sta accelerando l’espansione indiscriminata della palma da olio in molti altri paesi come Messico, Guatemala, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Uganda e Tanzania.

La società Unilever, il consumatore più grande di olio di palma nel mondo, con 1,6 milioni di tonnellate all’anno, parla di un “impegno” di utilizzare l’olio di palma certificato RSPO nel futuro, presentandosi come una “società responsabile”, ignorando il reale impatto dell’ olio di palma.

L’azienda Wilmar International chiede certificati RSPO in Indonesia, nonostante le prove del loro coinvolgimento nell’acquisizione illegale di terreni, gli incendi di foreste , la distruzione delle foreste pluviali e torbiere che ha portato la Banca Mondiale a sospendere i finanziamenti per l’olio di palma. Questa sospensione è stata raggiunta con grande sforzo ed è a rischio a causa delle false promesse della RSPO.

In Colombia, l’azienda Daabon produttorice di olio di palma, un membro della RSPO, è riuscita a essere dipinta dai media europei come una “società responsabile”, pur avendo illegalmente sfrattato piccoli contadini nella loro terra, abbattuto alberi e inquinato con dispersioni di olio di palma il Mar dei Caraibi.

Nel Sudest asiatico, l’azienda IOI ha ottenuto certificazioni, pur essendo responsabile della distruzione illegale delle foreste e torbiere in Kalimantan (Indonesia), distruggendo così il sostentamento delle popolazioni indigene. La società Neste Oil è uno dei principali clienti di IOI ha ottenuto un certificato “provvisorio” RSPO e su questa base promuove gli agrocombustibili per l’avviamento e la costruzione della raffineria di olio di palma per agro combustibili più grande del mondo. La monocultura di olio di palma per i prodotti alimentari, cosmetici, chimici e agrocombustibili è la causa più importante della deforestazione e dei cambiamenti climatici e della distruzione dei mezzi di sussistenza, della sovranità e sicurezza alimentare di milioni di piccoli agricoltori, delle popolazioni indigene e le altre comunità. La coltivazione di olio di palma utilizza prodotti agrochimici che avvelenano i lavoratori, le comunità e contamina il suolo, l’acqua e la biodiversità,riducendo la quantità di acqua dolce. Le monocolture di olio di palma non sono  e non potranno mai essere sostenibili, la “certificazione” serve come mezzo per perpetuare ed estendere questa industria distruttiva.

Ribadiamo pertanto l’invito rivolto alla Dichiarazione internazionale 2008 dell’anno scorso e chiediamo:

· che si elimino tutti gli obiettivi, i sussidi e gli incentivi, in particolare in Europa e negli Stati Uniti;

· la consistente riduzione della domanda di olio vegetale e di energia in occidente;

- La cancellazione delle relazioni commerciali tra le imprese che acquistano olio di palma e i fornitori che distruggono le foreste, le torbiere e spostano le colture di cereali per il l’autoconsumo delle comunità locali, che sono quindi responsabili e beneficiarie allo stesso tempo della violazione dei diritti umani che causano;

· la riforma fondiaria al fine di restituire le terre alle comunità locali, la sovranità alimentare e il ripristino della biodiversità degli ecosistemi agricoli;

· la risoluzione delle dispute di terra, il rispetto dei diritti umani, il risarcimento per le lesioni multiple causate;

· il restauro di tutte le zone umide ancora esistenti che sono stati drenate per le piantagioni di palma africana, finché è ancora possibile, al fine di mitigare il riscaldamento globale;

- le ONG non devono dare legittimità alla RSPO e il WWF deve smettere di promuovere il sostegno agli agrocombustibili da olio di palma da RSPO;

-che governi in Europa e negli Stati Uniti dovrebbero ridurre la domanda di olio di palma sospendendo le politiche che hanno creato l’artificio del mercato degli agrocombustibili e terminare l’uso degli stessi.

NOTA:

La tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile (RSPO per la sua sigla in inglese) è un’organizzazione privata o “Forum delle parti interessate”, che è stato creato come organismo “indipendente ” per la certificazione di olio di palma “sostenibile”. Tra i suoi membri ci sono 80 aziende e federazioni, 8 banche e società finanziarie, 51 produttori di beni di consumo, 23 rivenditori, 118 trasformatori, commercianti e 21 ONG.

L’annessione della Colombia agli Stati Uniti

 

Un commento  di Fidel al nuovo accordo USA-Colombia per la costruzione di basi militari in territorio colombiano. Interessante, anche se in un passaggio sembra convinto anche lui che nel 2012 finirà il mondo…

L’ANNESSIONE DELLA COLOMBIA AGLI STATI UNITI

Qualsiasi persona informata capisce subito che l’edulcorato “Accordo complementare di Cooperazione e Assistenza Tecnica per la Difesa e Sicurezza tra i governi della Colombia e degli Stati Uniti”, sottoscritto il 30 ottobre e pubblicato nel pomeriggio del 2 novembre, corrisponde alla annessione della Colombia agli Stati Uniti.

L’accordo mette in imbarazzo teorici e  politici. Non è onesto stare zitti adesso per poi parlare di sovranità, democrazia, diritti umani, libertà d’opinione e altre delizie, allorché un Paese è divorato dall’impero con la stessa facilità con cui una lucertola caccia una mosca.

Si tratta del popolo colombiano, pieno d’abnegazione, lavoratore, e lottatore. Ho cercato nel pesante libro  una giustificazione digeribile, però non ho trovato niente.

In 48 pagine di 21 righe ciascuna, cinque sono dedicate a filosofare sui precedenti del vergognoso assorbimento che fa diventare la Colombia un territorio oltremare. Tutte si basano sugli accordi sottoscritti con gli Stati Uniti dopo l’assassinio del prestigioso leader progressista Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile 1948 e la creazione dell’Organizzazione degli Stati Americani il 30 aprile 1948, proposta dai Ministri degli Affari Esteri dell’emisfero, riuniti a Bogotá  e condotti dagli Stati Uniti nei tragici giorni in cui l’oligarchia colombiana  ha tolto la vita a quel dirigente e scatenato la lotta armata in quel Paese.

L’accordo d’Assistenza Militare tra la Repubblica di Colombia e gli Stati Uniti, nell’aprile 1952; quello legato a “ una Missione dell’Esercito, una Missione Navale e una Missione Aerea delle Forze Militari degli Stati Uniti” sottoscritto il 7 ottobre 1974;  la Convenzione delle Nazioni Unite contro il Traffico illecito di stupefacenti e Sostanze Psicotrope, del 1988; la Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato Transnazionale, del 2000; la Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza, del 2001;  la Lettera Democratica Interamericana, quella di Politica di Difesa e Sicurezza Democratica, e altre riferite al citato documento… Nessuna di queste giustifica la trasformazione di un Paese di 1 141 748 chilometri quadri, situato nel cuore dell’America del Sud, in una base militare degli Stati Uniti.  La Colombia possiede 1,6 volte il territorio del Texas, secondo Stato dell’Unione in estensione territoriale, scippato al Messico, che poi è servito di base per conquistare a ferro e fuoco più della metà di questo Paese fratello.

D’altra parte, sono già trascorsi 59 anni dal momento in cui i soldati colombiani sono stati inviati nella lontana Asia a combattere insieme a truppe yankee contro i cinesi e i coreani nell’ottobre 1950. Quello che pretende l’impero adesso è inviarli a lottare contro i loro fratelli venezuelani, ecuadoriani e contro gli altri popoli bolivariani e dell’ALBA, per distruggere la Rivoluzione Venezuelana, come hanno cercato di fare con la Rivoluzione Cubana nell’aprile 1961.

Per più di un anno e mezzo, prima dell’invasione, il governo yankee ha incentivato, armato e utilizzato i gruppi controrivoluzionari dell’Escambray, nello stesso modo in cui oggi si serve dei paramilitari colombiani contro il Venezuela.

Quando durante l’attacco alla Baia dei Porci i B-26 yankee comandati da mercenari  operarono dal Nicaragua, i loro aerei di combattimento furono trasportati nella zona di operazioni in una portaerei, e gli invasori d’origine cubana che sbarcarono in quel punto erano scortati da navi di guerra e dalla fanteria di marina degli Stati Uniti. Oggi i loro mezzi di guerra e le loro truppe saranno in Colombia, non solo come una minaccia per il Venezuela ma per gli Stati di America centrale e America del Sud.

E’ veramente cinico proclamare che l’infame accordo è una necessità della lotta contro il traffico di droghe e il terrorismo internazionale. Cuba ha dimostrato che non c’è bisogno di truppe straniere per evitare la coltivazione e il traffico di droghe e mantenere l’ordine interno, nonostante il fatto che gli Stati Uniti, il Paese più poderoso della terra, abbiano promosso, finanziato e armato per anni le azioni terroristiche contro la Rivoluzione Cubana.

La pace interna è una prerogativa elementare d’ogni Stato, la presenza di truppe yankee in qualsiasi Paese dell’America latina con questo obiettivo è uno spudorato intervento straniero negli affari interni, che inevitabilmente provocherà il rifiuto della sua popolazione.

La lettura del documento dimostra che non solo le basi aeree colombiane sono nelle mani degli yankee, ma anche gli aeroporti civili e insomma qualunque impianto che serva alle loro forze armate.

Anche lo spazio radioelettrico rimane a disposizione di quel Paese portatore di un’altra cultura e di altri interessi che non hanno niente a che vedere con quelli del popolo colombiano.

Le forze armate nordamericane avranno prerogative eccezionali.

In qualsiasi parte della Colombia, gli occupanti possono commettere delitti contro le famiglie, i beni e le leggi colombiane, senza bisogno di rispondere davanti alle autorità del Paese; hanno portato a molti posti gli scandali e le malattie, così come hanno fatto con la base militare di Palmerola, nell’Honduras.  A Cuba, quando visitavano la neocolonia, si sono messi a cavalcioni  sul collo della statua di José Martí, nel Parco Centrale della capitale. La limitazione legata al numero totale di soldati può essere modificata a richiesta degli Stati Uniti, senza alcuna restrizione. Le portaerei e le navi di guerra che visitino le basi navali concesse porteranno l’equipaggio richiesto, e potranno essere migliaia in una solo delle loro grandi portaerei.

L’Accordo si estenderà per periodi successivi di 10 anni, e nessuno può modificarlo: questo si potrà fare alla fine di ogni periodo e facendolo sapere un anno prima. Cosa faranno gli Stati Uniti se un governo come quello di Johnson, Nixon, Reagan, Bush padre e Bush figlio e altri simili, ricevono la richiesta di abbandonare la Colombia? Gli yankee sono stati capaci di far cadere governi per decenni nel nostro emisfero. Quanto durerebbe un governo in Colombia se annunciasse tali obbiettivi?

I politici dell’America latina si trovano adesso davanti a un delicato problema: Il dovere elementare di spiegare i loro punti di vista sul documento dell’annessione.

Capisco che ciò che accade in questo momento decisivo dell’Honduras attira l’attenzione dei media e dei Ministri degli Affari Esteri di questo emisfero, ma il gravissimo e trascendente problema della Colombia non può passare inosservato dai governi latinoamericani.

Non ho dubbi sulla reazione dei popoli; sentiranno il pugnale che si pianta nel più profondo dei loro sentimenti, soprattutto quello di Colombia: si opporranno,  non si rassegneranno mai  a tale infamia!

Il mondo affronta oggi gravi e urgenti problemi. Il cambiamento climatico minaccia tutta l’umanità. Leader dell’Europa implorano in ginocchio qualche accordo a Copenaghen che eviti la catastrofe. Presentano come una realtà il fatto che al Vertice non si raggiungerà l’obiettivo di un accordo che riduca bruscamente l’emissione di gas a effetto serra. Promettono di proseguire la lotta per raggiungerlo prima del 2012, c’è il rischio reale che non si possa raggiungere prima che sia troppo tardi.

I Paesi del Terzo Mondo reclamano con tutto il diritto a quelli più sviluppati e ricchi centinaia di miliardi di dollari annuali per finanziare le spese della lotta al cambiamento climatico.

Ha alcun senso che il governo degli Stati Uniti investa tempo e denaro nel costruire basi militari in Colombia per imporre ai nostri popoli la sua detestabile tirannia? In questo modo, se un disastro minaccia il mondo, un disastro maggiore e più rapido minaccia l’impero, e tutto sarebbe  conseguenza dello stesso sistema di sfruttamento e saccheggio del pianeta.

Fidel Castro

6 novembre 2009

Colombia-Usa: firmato accordo per accesso a 7 basi militari

In attesa di recuperare e tradurre articoli interessanti sulla stampa colombiana al riguardo, accontentatevi dell’ANSA ….

Bogotà. Colombia e Stati Uniti hanno firmato un accordo di cooperazione militare che consente a soldati e ‘contractors’ nordamericani di avere accesso a sette basi delle Forze armate del Paese.

 

Lo ha reso noto oggi il ministro degli esteri Jaime Bermudez, precisando che l’intesa è stata siglata dall’ambasciatore Usa a Bogotà, William Brownfield. Alla luce del fatto che tale ampliamento dell’operatività delle truppe Usa ha suscitato un nugolo di critiche da parte di diversi governi della regione, in particolare del presidente venezuelano Hugo Chavez, Bermudez ha ribadito: “I Paesi vicini possono restare tranquilli poiché esse saranno impegnate solo in Colombia e nella lotta contro il narcotraffico ed i gruppi terroristici”. Il ministro ha anche precisato che, attualmente, operano in Colombia 230 militari Usa e 400 contrattisti. E che l’accordo prevede che i primi non saranno mai più di 800 ed i secondi più di 600, come stabilito dalle norme di Washington. Bermudez ha poi anticipato che invierà una lettera ai suoi colleghi dell’Unasur (Union Sudamericana de Naciones), il blocco regionale di cui fanno parte 12 Paesi, nell’ambito del quale è stato più volte discusso l’accesso delle truppe Usa alle sette basi. “Dirò loro che vogliamo avere migliori rapporti e più efficaci meccanismi di cooperazione”, ha precisato. Da rilevare che, il 19 ottobre scorso, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, che in precedenza era stato visitato da alti esponenti del Pentagono che gli avevano spiegato i punti dell’accordo con Bogotà, al termine di una riunione con il collega colombiano Alvaro Uribe, ha specificato: “Sia Uribe che Obama dicono che le basi servono a far fronte ai problemi interni della Colombia. Il Brasile non ha quindi nulla da temere. Ho fiducia nella loro parola”. In pratica ha gettato acqua sul fuoco. Adesso resta da vedere se anche Chavez si rasserena in tal senso.

Guarda al Catatumbo

E’ cominciata il 9 luglio e terminerà a dicembre la campagna per le vittime del Catatumbo, “Mira al Catatumbo”, promossa tra le altre da MINGA, REDHER, CISCA, ASCAMCAT e numerose associazioni locali di Tibù e del Catatumbo. In occasione del decennale della prima incursione paramilitare nella regione, che inaugurò un decennio di terrore e morte per la popolazione del Catatumbo, una carovana di memoria e di lotta torna nei luoghi significativi della regione.

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Qui il programma della manifestazione, tratto dal sito di MINGA.

Di seguito la traduzione della raccolta di documenti pubblicata da Indymedia Colombia

10 anni intessuti di dolore

Guarda al Catatumbo

Le sue vittime: un fiume di memoria e di dignità

La regione del Catatumbo (Norte di Santander) è stata una delle più colpite dalla recente violenza sociale e politica nel paese. Si calcola in cinquemila il numero delle vittime negli ultimi anni, mentre oltre 40mila sono stati i desplazados. Nel 1999 si verifica la prima incursione paramilitare nella regione del Catatumbo, con i massacri de La Gabarra (29 maggio e 21 agosto 1999) e di Tibù (17 luglio 1999). Posteriormente, nel 2001 e nel 2002 il paramilitarismo si espande al medio e alto Catatumbo, aumentando il numero di vittime. Specialmente ricordata con orrore è la distruzione del corregimiento di Filo Gringo.

La proporzione e la molteplicità dei crimini in relazione alla popolazione del Catatumbo, come il profondo impatto degli stessi, evidenzia che l’insieme delle comunità della regione sono state colpite dal marchio della morte, impattando su tutte le loro condizioni di vita: psicologiche, economiche, sociali, politiche, culturali e ambientali.

Per superare il passato indegno
I forni dell’orrore in Catatumbo
L’Esercito ha aperto il Catatumbo ai paras
Rifugio umanitario in Catatumbo, Norte de Santander
CMP INFORMA: (Video) Catatumbo sul piede della lotta

CMP INFORMA: Campesinos del Catatumbo nel rifugio umanitario realizzano una conferenza stampa
Viaggio ai forni crematori costruiti dai paramilitari nel Norte de Santander
CMP Diffonde: contro le fumigazioni, per la vita e la dignità

Il mondo secondo Monsanto

Tradotto e pubblicato sul portale asud.net

Messico: transgenici mettono a rischio 59 varietà di mais locale

La sala da 200 posti che la Cineteca Nazionale ha messo a disposizione per proiettare il documentario Il mondo secondo Monsanto,della giornalista e cineasta francese Marie-Monique Robin, non è bastata. Un’ora prima della proiezione gli spettatori formavano una lunga coda per entrare, per cui la proiezione ha dovuto essere spostata in una sala da 450 posti. Nonostante la sostituzione, i posti a sedere sono terminati.

Il documentario, nel quale la cineasta dipana la trama che questa compagnia statunitense ha ordito in tutte le geografie per controllare l’alimentazione nel mondo, ha risvegliato le coscienze nei luoghi dove è stato proiettato, fino a modificare l’orientamento di alcuni decision makers ora contrari alla semina di transgenici.

Il documentario comincia spiegando l’origine della Monsanto, principale impresa di sementi del mondo, che concentra il 90% delle coltivazioni transgeniche e domina il mercato mondiale dei pesticidi. Poco a poco, la giornalista scopre come il potere smisurato di questa transnazionale cresce, schivando la conoscenza scientifica e posponendo la salute umana ed ambientale all’interesse del capitale.

Viaggia negli USA, in Paraguay, in India, in Messico ed in Gran Bretagna per intervistare persone intossicate dai prodotti chimici della Monsanto; scienziati le cui voci sono state zittite da istituzioni governative e personaggi che transitano dalla Monsanto all’Amministrazione di Alimenti e Farmaci (FDA secondo l’acronimo inglese) o all’Agenzia di Protezione Ambientale (EPA) degli Stati Uniti per corrompere alti funzionari e dare impulso a leggi in favore dell’agroindustria approfittando della propria posizione di potere.

Allo stesso modo intervista campesinos che per l’esposizione a prodotti chimici della Monsanto, come il policloruro di bifenile (PCB), soffrono di malattie cutanee, tumori cerebrali, epatiti, diabete o cancro.

Un altro degli aspoetti che la cineasta denuncia, tanto nel documentario come nel suo libro omonimo, è l’espansione dei transgenici nei campi a cielo aperto. Questa pratica rappresenta una minaccia per i chicci originari, nel caso del Messico per le 59 specie di mais locale, dato che l’impollinazione alla fine li contamina e con ciò non solo si produce una perdita genetica definitiva, ma anche si mette a rischio la sovranità alimentare.

Secondo quanto spiega Robin, nel breve dibattito realizzato alla fine della proiezione, davanti al potere dell’apparato giuridico della Monsanto, questo documentario è stato esaminato dai suoi avvocati per evitare possibili richieste di risarcimento da parte della transnazionale.

La cineasta sostiene che l’unica maniera di porre fine al potere di questa transnazionale è smettere di consumare i suoi prodotti ed optare per quelli provenienti dall’agricoltura familiare e biologica. Ha inoltre segnalato l’importanza della diffusione di questo documentario, che si può già vedere nel portale dell’organizzazione El Poder del Consumidor.

La Jornada, Messico, 12 luglio 2009

Appello

Ciao a tutti. Troppo silenzio di cui vi prego di perdonarmi. Una buona notizia: un mio articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero di Latinoamerica il 106/107, doppio d’apertura del 2009, ora in edicola. Ovviamente, finito il post lo pubblico da qualche parte nel blog…

Veniamo all’appello.

La situazione di conoscenza del problema agrocombustibili in Italia è patetica, ridicola. Nessuno ne sa niente. Intanto colossi del settore alimentare come Vandemoortele distribuiscono olio di palma in tutta Europa, compresa l’Italia!

Bisogna fare qualcosa. Quantomeno, cominciare ad informarsi ed informare. Chiunque abbia tempo, voglia, disponibilità, per fare ricerche e cominciare a mettere in rete quanto si sa, è il benvenuto! Gli osservatori sugli agrocombustibili in Colombia ed in altre parti del mondo, per fortuna, sono numerosi (andate a vedere per esempio sul sito di Rettet den Regenwald ilreport della missione internazionale di verifica degli impatti degli agrocombustibili, oppure ascoltate le interviste ai partecipanti nel servizio di Radio Mundo Real Monocultivo Impune ); ciò che manca è l’informazione qui!

In Inghilterra esiste una rete molto avanzata sugli agrocombustibili, si chiama Biofuelwatch, il loro sito è ricco di materiale interessante e di esempi di campagne portate avanti nel Regno Unito. Credo che qui in Italia siamo molto indietro eppure non possiamo non dirci coinvolti (La Vandemoortele Italia ha sede a pochi chilometri da casa mia, sigh, sob!).

Cercherò di pubblicare qualcosa di interessante sull’argomento ma sono ben conscia che ognuno di noi da solo non vale nulla e per diffondere la conoscenza del problema agrocombustibili ci vuole una comunità in movimento…

Questo è il mio appello… AGITIAMOCI, ORGANIZZIAMOCI, STUDIAMO! Probabilmente ci sono molte persone che ne sanno molto più di me… Si tratta intanto di metterci in contatto.

Un caso di studio: l’impatto di un progetto di sviluppo rurale di USAID nella regione del Catatumbo

Quello che segue è l’ultimo capitolo della mia tesi. Un resoconto sinteticissimo della mia esperienza di ricerca a Tibù, Catatumbo, Norte de Santander, Colombia. Se  vi piace, se dopo averlo letto volete citarlo, usarlo, modificarlo…potete farlo, non a scopo di lucro ed indicando la fonte: “Colombia: quale sviluppo? Iniziative di sviluppo rurale nella regione colombiana del Catatumbo”, tesi di laurea magistrale in Relazioni Internazionali di Alice Pelosi, Università degli Studi di Bologna, A.A. 2008-2009.

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Un caso di studio: l’impatto di un progetto di sviluppo rurale di USAID nella regione del Catatumbo by Alice Pelosi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License. Permissions beyond the scope of this license may be available at http://creativecommons.org.

L’analisi di un progetto di sviluppo rurale promosso da una grande agenzia di aiuti allo sviluppo in una regione caratterizzata, per tutto il ventennio appena considerato, da forte presenza sia di guerriglia che di paramilitarismo, può fornire delle risposte ai quesiti di cui sopra ed individuare quali sono gli spazi di partecipazione e protagonismo della popolazione rurale nella definizione dei propri obiettivi di sviluppo e nell’implementazione di strategie adeguate.
Nella regione colombiana del Catatumbo è attivo dal 2006 un progetto dell’agenzia governativa statunitense di aiuti allo sviluppo, USAID. Il progetto, denominato MIDAS (Más Inversión Para el Desarrollo Alternativo), è specificatamente indirizzato alle famiglie della campagna colombiana e si propone di “incoraggiare lo sviluppo alternativo sostenibile, appoggiando famiglie sfavorite attraverso iniziative private impresariali, agroindustriali, forestali e di riforme nell’ambito legale ed istituzionale che permettano di generare ingressi leciti, migliorando le loro condizioni di vita e le opzioni socioeconomiche” . MIDAS si propone di attrarre ed incentivare l’investimento privato in agricoltura, specificatamente in coltivazioni considerate di “importanza strategica”: cacao, caffè, palma, gomma e prodotti forestali destinati al commercio. Questo obiettivo è raggiunto a mezzo di quattro aree principali: agrobusiness, forestale, PYME (piccola e media impresa) e politica. Ai fini della seguente trattazione, ci si soffermerà sull’esposizione e l’analisi della prima e dell’ultima area .
L’obiettivo dell’area “agrobusiness” è quello di stimolare il settore privato e i commerci leciti, promuovendo la cultura impresariale tra i piccoli agricoltori e generando fonti alternative di reddito ed occupazione nei sei “corridoi geografici” dove opera MIDAS. L’area agrobusiness appoggia imprese ed associazioni private che siano in grado di raggiungere gli standard internazionali ed accedere ai mercati esterni. Allo stesso tempo si propone di coinvolgere i piccoli agricoltori e le comunità vulnerabili, generando opportunità socioeconomiche per la popolazione rurale: la “crescita regionale sostenibile” è possibile infatti solo con l’apporto fondamentale delle strutture organizzative della popolazione, rafforzando la coesione sociale ed aumentando i poteri locali. Gli obiettivi previsti per il 2010 sono la creazione di 31.000 impieghi, la coltivazione di 149.000 ettari con “coltivazioni lecite e sostenibili”, la creazione o il rafforzamento di 70 imprese del settore privato; tutto ciò dovrebbe procurare benefici diretti a 18.000 famiglie.
La fonte alternativa di reddito proposta dal programma MIDAS, in stretta coordinazione con le politiche di sviluppo nazionali e le priorità stabilite dallo statunitense Plan Colombia, è la coltivazione della palma africana, coltivazione considerata di alto valore strategico per l’ottimo posizionamento sul mercato internazionale quale materia prima per la produzione di agrocombustibili. La scelta di questa coltivazione sembra obbedire ad un criterio efficiente e razionale: per risollevare le sorti di un’economia post-conflitto completamente depressa, è necessario individuare un’alternativa che goda di ottimi vantaggi comparati sul mercato internazionale e possa garantire impiego stabile e lecito alla popolazione. In realtà, come si avrà modo di osservare in seguito, le conseguenze sociali, economiche e politiche del progetto si allontanano molto da quelle dichiarate, provocando la disgregazione di quel tessuto sociale che si pretendeva tutelare e rafforzare. Dall’analisi dell’area di “politica”, infatti, emerge molto chiaramente come la popolazione locale di “beneficiari” non abbia alcuna voce in capitolo e debba limitarsi a “ricevere” l’”aiuto” secondo modalità, obiettivi e finalità decisi altrove:

“[L’area ‘politica’] cerca di promuovere riforme alla politica economica e rafforzare l’istituzionalità al fine di aumentare la competitività colombiana in forma sostenibile. Con ciò si vuole incamminare la Colombia per un sentiero di rapida crescita economica ed alti tassi di occupazione. […] L’area di politica appoggia direttamente l’area agrobusiness nell’implementazione di progetti produttivi fomentando, mediante riforme legali ed istituzionali, la competitività e lo sviluppo della Colombia. Appoggia anche l’implementazione di riforme critiche richieste per l’effettiva messa in marcia del Trattato di Libero Commercio –TLC”.

Il programma MIDAS è chiaramente uno strumento di politica economica internazionale, utilizzato dai governi colombiano e statunitense, che prevede la modifica del quadro legislativo colombiano e degli orientamenti produttivi dell’agricoltura del paese al fine di rendere entrambi più permeabili alle strategie geopolitiche statunitensi. Gli ambiti di ingerenza del programma di aiuti allo sviluppo nel quadro normativo di uno stato sovrano sono numerosissimi:

“Attraverso il suo intervento negli sviluppi legislativi per contribuire al rafforzamento dell’istituzionalità ed al consolidamento dello sviluppo dei diritti umani, l’area di Politica lavora in differenti ambiti. Lavora in: Mercati Finanziari – Competitività – Agricoltura, Foreste e Ambiente – Acceso al Mercato della terra – Norme tecniche – Legislazione sul lavoro – Standard Sanitari e Fitosanitari – Dogana – Servizi – Politica Fiscale”.

Ancor più numerosi appaiono se si considera che il programma, nominalmente, è destinato allo sviluppo alternativo di circoscritte aree rurali, al fine di sostituire la coltivazione di coca con altre coltivazioni che garantiscano un guadagno lecito agli agricoltori . Invece di adattarsi alle norme vigenti nel paese di intervento, è l’agenzia ad adattare a sé le norme, subordinando l’implementazione del progetto e la distribuzione dei benefici alla creazione di un quadro legislativo ed economico adeguato al proprio modus operandi ed agli obiettivi di politica economica internazionale dei quali è portavoce. I “beneficiari” del progetto non hanno chiaramente alcuna voce in capitolo sugli obiettivi del programma, sulle riforme legislative che l’agenzia di aiuti ritiene necessarie, sulla politica economica decisa dal governo del proprio paese: il programma di sviluppo scavalca ed esautora le reali istanze partecipative e democratiche del popolo, relegandolo ad una falsa partecipazione meramente strumentale all’implementazione del progetto.

La strategia nazionale di sviluppo alternativo: agrocombustibili e sicurezza

Analizziamo più nel dettaglio le relazioni intercorrenti tra la politica economica nazionale, la politica estera statunitense ed il programma MIDAS. Continua a leggere

Primero de Mayo – Bogotá

Rieccomi

 

Sto litigando con le foto per riuscire a pubblicarle: nel frattempo vi invito a leggere i due bellissimi articoli apparsi sul Manifesto il 30 aprile 2009, a proposito della visita di Uribe in Italia, linkati nella nuova sezione “stampa italiana” a destra. Purtroppo non stupisce che a riceverlo in udienza privata sia stato papa Ratzinger… Questo la dice lunga sull’idea di cattolicesimo che piace al pastore tedesco. Ora, io sono fieramente atea, ma sono pronta a riconoscere che di letture, interpretazioni e modi di vivere il proprio essere cattolici ne esistono molti, ho avuto occasione di incrociare le esperienze di “credenti” che sono riusciti non dico a convincermi ma ad instillarmi il rispetto per la loro posizione, soprattutto attraverso l’esempio che ne danno con la loro vita quotidiana. Il papa è molto lontano da tutto ciò. Credo che apprezzi molto la Colombia per il suo cattolicesimo becero e imbonitore delle masse, per la sua lotta al “comunismo” con ogni mezzo, per la rassegnazione feroce che è ormai riuscita ad istillare nella gran parte della popolazione, per i suoi tratti retrivi e medievali (uno su tutti, l’illegalità dell’aborto, fatta eccezione per i casi estremi di stupro, grave infermità del feto e pericolo di vita della partoriente), per lo stato di indigenza ed ignoranza nel quale costringe migliaia di suoi cittadini… Del resto, governare le anime è più facile, se gli stomaci sono vuoti e i cervelli incolti.

E mi stupisce ancor meno che Uribe e Berlusconi vadano d’amore e d’accordo. Sui numerosi parallelismi tra il governo italiano e quello colombiano ho avuto modo di confrontarmi, in Italia e in Colombia, un sacco di volte: il sistema mafioso eretto a sistema di governo, l’intimidazione delle opposizioni, la soppressione della libertà di stampa, la delegittimazione della magistratura, il potere concepito come strumento personale di negoziazione, contrattazione e nepotismo, la costante sfacciata mistificazione dei fatti e delle parole, la “guerra al terrorismo” eletta a giustificazione di qualsiasi abuso ed a copertura mediatica efficacissima di ogni fallimento su qualunque altro fronte…

è una ben magra consolazione vedere che questa lettura è condivisa da uno scrittore ed editorialista che io apprezzo molto, Guido Piccoli, autore tra l’altro del mai abbastanza consigliato libro “Colombia, il paese dell’eccesso”, edito da Feltrinelli, dal taglio giornalistico, caustico, forse non troppo oggettivo ma sicuramente imperdibile per avvicinarsi alla realtà intricata della Colombia.

L’altro libro che io di solito consiglio per capire la Colombia, o meglio, il paramilitarismo in Colombia, è “Gomorra” di Roberto Saviano.