Un caso di studio: l’impatto di un progetto di sviluppo rurale di USAID nella regione del Catatumbo

Quello che segue è l’ultimo capitolo della mia tesi. Un resoconto sinteticissimo della mia esperienza di ricerca a Tibù, Catatumbo, Norte de Santander, Colombia. Se  vi piace, se dopo averlo letto volete citarlo, usarlo, modificarlo…potete farlo, non a scopo di lucro ed indicando la fonte: “Colombia: quale sviluppo? Iniziative di sviluppo rurale nella regione colombiana del Catatumbo”, tesi di laurea magistrale in Relazioni Internazionali di Alice Pelosi, Università degli Studi di Bologna, A.A. 2008-2009.

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L’analisi di un progetto di sviluppo rurale promosso da una grande agenzia di aiuti allo sviluppo in una regione caratterizzata, per tutto il ventennio appena considerato, da forte presenza sia di guerriglia che di paramilitarismo, può fornire delle risposte ai quesiti di cui sopra ed individuare quali sono gli spazi di partecipazione e protagonismo della popolazione rurale nella definizione dei propri obiettivi di sviluppo e nell’implementazione di strategie adeguate.
Nella regione colombiana del Catatumbo è attivo dal 2006 un progetto dell’agenzia governativa statunitense di aiuti allo sviluppo, USAID. Il progetto, denominato MIDAS (Más Inversión Para el Desarrollo Alternativo), è specificatamente indirizzato alle famiglie della campagna colombiana e si propone di “incoraggiare lo sviluppo alternativo sostenibile, appoggiando famiglie sfavorite attraverso iniziative private impresariali, agroindustriali, forestali e di riforme nell’ambito legale ed istituzionale che permettano di generare ingressi leciti, migliorando le loro condizioni di vita e le opzioni socioeconomiche” . MIDAS si propone di attrarre ed incentivare l’investimento privato in agricoltura, specificatamente in coltivazioni considerate di “importanza strategica”: cacao, caffè, palma, gomma e prodotti forestali destinati al commercio. Questo obiettivo è raggiunto a mezzo di quattro aree principali: agrobusiness, forestale, PYME (piccola e media impresa) e politica. Ai fini della seguente trattazione, ci si soffermerà sull’esposizione e l’analisi della prima e dell’ultima area .
L’obiettivo dell’area “agrobusiness” è quello di stimolare il settore privato e i commerci leciti, promuovendo la cultura impresariale tra i piccoli agricoltori e generando fonti alternative di reddito ed occupazione nei sei “corridoi geografici” dove opera MIDAS. L’area agrobusiness appoggia imprese ed associazioni private che siano in grado di raggiungere gli standard internazionali ed accedere ai mercati esterni. Allo stesso tempo si propone di coinvolgere i piccoli agricoltori e le comunità vulnerabili, generando opportunità socioeconomiche per la popolazione rurale: la “crescita regionale sostenibile” è possibile infatti solo con l’apporto fondamentale delle strutture organizzative della popolazione, rafforzando la coesione sociale ed aumentando i poteri locali. Gli obiettivi previsti per il 2010 sono la creazione di 31.000 impieghi, la coltivazione di 149.000 ettari con “coltivazioni lecite e sostenibili”, la creazione o il rafforzamento di 70 imprese del settore privato; tutto ciò dovrebbe procurare benefici diretti a 18.000 famiglie.
La fonte alternativa di reddito proposta dal programma MIDAS, in stretta coordinazione con le politiche di sviluppo nazionali e le priorità stabilite dallo statunitense Plan Colombia, è la coltivazione della palma africana, coltivazione considerata di alto valore strategico per l’ottimo posizionamento sul mercato internazionale quale materia prima per la produzione di agrocombustibili. La scelta di questa coltivazione sembra obbedire ad un criterio efficiente e razionale: per risollevare le sorti di un’economia post-conflitto completamente depressa, è necessario individuare un’alternativa che goda di ottimi vantaggi comparati sul mercato internazionale e possa garantire impiego stabile e lecito alla popolazione. In realtà, come si avrà modo di osservare in seguito, le conseguenze sociali, economiche e politiche del progetto si allontanano molto da quelle dichiarate, provocando la disgregazione di quel tessuto sociale che si pretendeva tutelare e rafforzare. Dall’analisi dell’area di “politica”, infatti, emerge molto chiaramente come la popolazione locale di “beneficiari” non abbia alcuna voce in capitolo e debba limitarsi a “ricevere” l’”aiuto” secondo modalità, obiettivi e finalità decisi altrove:

“[L’area ‘politica’] cerca di promuovere riforme alla politica economica e rafforzare l’istituzionalità al fine di aumentare la competitività colombiana in forma sostenibile. Con ciò si vuole incamminare la Colombia per un sentiero di rapida crescita economica ed alti tassi di occupazione. […] L’area di politica appoggia direttamente l’area agrobusiness nell’implementazione di progetti produttivi fomentando, mediante riforme legali ed istituzionali, la competitività e lo sviluppo della Colombia. Appoggia anche l’implementazione di riforme critiche richieste per l’effettiva messa in marcia del Trattato di Libero Commercio –TLC”.

Il programma MIDAS è chiaramente uno strumento di politica economica internazionale, utilizzato dai governi colombiano e statunitense, che prevede la modifica del quadro legislativo colombiano e degli orientamenti produttivi dell’agricoltura del paese al fine di rendere entrambi più permeabili alle strategie geopolitiche statunitensi. Gli ambiti di ingerenza del programma di aiuti allo sviluppo nel quadro normativo di uno stato sovrano sono numerosissimi:

“Attraverso il suo intervento negli sviluppi legislativi per contribuire al rafforzamento dell’istituzionalità ed al consolidamento dello sviluppo dei diritti umani, l’area di Politica lavora in differenti ambiti. Lavora in: Mercati Finanziari – Competitività – Agricoltura, Foreste e Ambiente – Acceso al Mercato della terra – Norme tecniche – Legislazione sul lavoro – Standard Sanitari e Fitosanitari – Dogana – Servizi – Politica Fiscale”.

Ancor più numerosi appaiono se si considera che il programma, nominalmente, è destinato allo sviluppo alternativo di circoscritte aree rurali, al fine di sostituire la coltivazione di coca con altre coltivazioni che garantiscano un guadagno lecito agli agricoltori . Invece di adattarsi alle norme vigenti nel paese di intervento, è l’agenzia ad adattare a sé le norme, subordinando l’implementazione del progetto e la distribuzione dei benefici alla creazione di un quadro legislativo ed economico adeguato al proprio modus operandi ed agli obiettivi di politica economica internazionale dei quali è portavoce. I “beneficiari” del progetto non hanno chiaramente alcuna voce in capitolo sugli obiettivi del programma, sulle riforme legislative che l’agenzia di aiuti ritiene necessarie, sulla politica economica decisa dal governo del proprio paese: il programma di sviluppo scavalca ed esautora le reali istanze partecipative e democratiche del popolo, relegandolo ad una falsa partecipazione meramente strumentale all’implementazione del progetto.

La strategia nazionale di sviluppo alternativo: agrocombustibili e sicurezza

Analizziamo più nel dettaglio le relazioni intercorrenti tra la politica economica nazionale, la politica estera statunitense ed il programma MIDAS. Esso condivide impostazione, analisi, metodologia e soluzioni con il Programa de desarrollo alternativo 2003-2006 (PDA) , redatto dal Consiglio Nazionale di Politica Economica e Sociale CONPES e contenente le linee-guida dell’azione governativa nell’ambito dello sviluppo rurale.
L’obiettivo principale del PDA è consolidare il processo di sradicamento delle coltivazioni illecite e prevenirne l’espansione, offrendo contemporaneamente alternative stabili di reddito e occupazione alle famiglie ed alle comunità contadine precedentemente coinvolte nella coltivazione di coca. L’appoggio alle famiglie ed alle comunità prevede il rafforzamento e l’istituzionalizzazione delle organizzazioni locali, allo scopo di migliorare il loro rapporto diretto con le istituzioni statali.
L’analisi proposta dai lineamenti di politica governativa (e condivisa dal programma di USAID) semplifica e riduce la complessità sociale che porta al conflitto armato nelle zone rurali ad una contrapposizione dualistica e schematica tra economia illegale della droga e legittimità del controllo statale, attribuendo alla coltivazione di coca una serie di fenomeni quali il desplazamiento, le carenze infrastrutturali, la distruzione del capitale sociale.

“El desarrollo de la economía ilegal de la droga se apoya en el debilitamento del control legítimo del Estado. A su vez, el control del Estado se debilita por la economía de la droga y en particolar por la acción de los grupos armados ilegales que derivan su sustento de los cultivos ilícitos” .

Il PDA si situa quindi all’interno di un più vasto programma di rafforzamento del controllo statale, il cosiddetto “modello integrale di sicurezza democratica”. Si tratta di un passaggio concettuale chiave per comprendere le attuali teorie dello sviluppo facenti parte dei programmi governativi: lo sviluppo rurale non è più iscritto in una logica unicamente sociale o economica (come potevano essere quelle del basic needs approach o del modello di crescita economica accelerata), ma diventa parte integrante di una strategia di sicurezza nazionale, cioè di una logica militare che ha come principale obiettivo il controllo del territorio . Questa impostazione ha conseguenze rilevanti, sia sul piano teorico che su quello pratico, sull’organizzazione sociale e sulla partecipazione della popolazione rurale.

“Los programas de desarrollo alternativo implantados en el pasado han puesto énfasis en factores económicos, y en particular en la tierra […]. La actual orientación , en cambio, resalta la importancia de las comunidades y sus formas organizativas, y destaca el factor humano como eslabón crítico […]. El programa prioriza el fortalecimiento de las capacidades locales de gobernabilidad […] con el propósito de consolidar la seguridad democrática” .

Le forme organizzative delle comunità, come si avrà modo di evidenziare ulteriormente in seguito, all’interno di questa strategia securitaria diventano importanti nella misura in cui possono e devono contribuire attivamente al programma governativo; diversamente vengono delegittimate, accusate di connivenza con al guerriglia, marginalizzate. L’individuazione della “alternativa” concreta alla coltivazione di coca, infatti, non obbedisce alle necessità ed alle richieste delle comunità coinvolte: essa risponde invece alle convergenti richieste della logica militare di sicurezza e della logica economica dei mercati internazionali, in particolar modo statunitensi ed europei, che necessita modernizzazione ed industrializzazione delle campagne. L’unica causa della disgregazione sociale, politica ed economica delle campagne è identificata con il nemico armato, al quale non si riconosce peraltro alcuna legittimità politica, ma il mero status di “terrorista” o “bandito”: il problema politico viene così declassato a problema di ordine pubblico. Conseguentemente, data l’equazione tra guerriglia e narcotraffico, è sufficiente privare l’organizzazione criminale della “materia prima” del suo commercio, la coca, per ottenere contemporaneamente due obiettivi: ristabilire il controllo statale sui territori periferici e convertirli in aree industrializzate, produttive e capitalisticamente efficienti.
I “progetti produttivi” previsti in alternativa alla coltivazione di coca sono, infatti, oltre al caffè e al cacao (produzioni tradizionalmente destinate all’esportazione), piante il cui utilizzo principale non è quello alimentare, ma quello industriale, finalizzato alla produzione di agrocombustibili : gomma, palma africana, canna da zucchero. Secondo il documento CONPES 3510, Lineamientos de política para promover la producción sostenibile de biocombustibles en Colombia, almeno dal 2000 quello degli agrocombustibili è considerato dal governo colombiano un settore strategico per la crescita economica del paese, a causa dell’espansione rapida della domanda sul mercato internazionale e delle condizioni climatiche estremamente favorevoli; la loro produzione è incoraggiata a mezzo di sostanziosi incentivi ai grandi produttori e di interventi governativi che rendono obbligatorie le miscele di combustibili fossili ed agro . La produzione di agrocombustibili è incoraggiata in quanto “sostenibile, competitiva, generatrice di occupazione, contribuente allo sviluppo rurale ed al benessere della popolazione” , nonostante siano ampiamente conosciute le tipologie e la gravità degli impatti ambientali causati da questo tipo di coltivazioni intensive:

“Perdida de biodiversidad; la transformación de ecosistemas naturales y la conseguente pérdida de los servicios ambientales asociados a estos ecosistemas; el establecimiento de monocultivos en donde previamente existían ecosistemas naturales ; el aumento de emisiones de gases de efecto invernadero ante una posible deforestación de ecosistemas boscosos ; aumento en el consumo y contaminación del agua; aumento en el uso de fertilizantes y plaguicidas; mayor degradación y erosión de suelos […]; emisiones atmosféricas de impacto local […]; introducción y propagación de organismos genéticamente modificados” .

Le perplessità sulla natura realmente “sostenibile” del programma di promozione degli agrocombustibili in Colombia aumentano analizzando la strategia ed il piano di azione elaborati dal CONPES . Per “generare le condizioni necessarie al miglioramento dell’efficienza produttiva in modo economicamente, socialmente ed ambientalmente sostenibile”, il programma prevede la meccanizzazione e la trasformazione in “conglomerati produttivi” di intere aree rurali, a seguito di attenti “studi di zonificazione” volti ad individuare le aree più adatte alla coltivazione degli agrocombustibili su vasta scala. Lo “sviluppo alternativo” delle aree rurali, lungi dall’essere destinato unicamente alle aree precedentemente afflitte dalla coltivazione di coca con l’obiettivo di fornire un’alternativa concreta agli abitanti , coincide quindi con la loro completa trasformazione in aree agroindustriali, capitalisticamente più efficienti e razionali in vista dell’intramontabile obiettivo dell’aumento di produttività. Questo è particolarmente evidente nel caso della palma, ultima arrivata tra le produzioni per agrocombustibili, la coltivazione più in espansione del paese e con maggior rendimento per unità di superficie . La tendenza all’espansione è costante: nel 2006, 303.000 ettari di suolo colombiano erano già coltivati a palma, con un incremento del 123% rispetto al decennio precedente e del 18% annuale. Questa crescita piazza la Colombia al quinto posto tra gli esportatori mondiali ed al primo tra gli esportatori latinoamericani; ciononostante, le prospettive di crescita sono ancora ampie, come denuncia uno studio di CENIPALMA che individua nella dispersione della localizzazione della produzione un fattore che incide negativamente sulla produttività, e stima in 3,5 milioni di ettari le aree potenzialmente ancora coltivabili a palma. Per raggiungere nel 2010 l’obiettivo dei 422.000 ettari coltivati, il CONPES propone una strategia incentrata su incremento della competitività e della produzione, meccanizzazione, industrializzazione (“nuclei produttivi impresariali”) e riduzione dei costi unitari di produzione (cioè dei salari della manodopera).
Come si è già avuto modo di constatare, la storia della Colombia è costellata di progetti produttivi rivolti alle campagne che hanno innescato ed accelerato processi di concentrazione della proprietà della terra, violenza e desplazamiento: utilizzare come strategia di “sviluppo alternativo” una produzione industriale destinata al mercato internazionale non potrà che riprodurre gli stessi effetti disgreganti sulla società rurale, come già si può cominciare ad osservare nel Catatumbo e come già è drammaticamente avvenuto nel Chocó.
Sorge il ragionevole dubbio che il programma di “sviluppo alternativo” condiviso da USAID e governo colombiano abbia molto più a che fare con un modello integrale di sicurezza nazionale ed industrializzazione della campagna finalizzata a produzioni strategiche, che con il reale miglioramento della condizione di vita della popolazione rurale. La politica governativa in materia, infatti, non prevede nemmeno dei finanziamenti specifici per lo sviluppo rurale: tutto il PDA viene realizzato attraverso il programma MIDAS ed il misero 10% dei finanziamenti totali previsti dal Plan Colombia , che è principalmente un programma di aiuti militari concepito dall’amministrazione statunitense del presidente Bill Clinton e destinato alla lotta al narcotraffico. Nelle discussioni preliminari all’approvazione del Plan Colombia, il Segretario della Difesa per le Operazioni Speciali ed i Conflitti a Bassa Intensità Brian Sheridan aveva dovuto rassicurare il Congresso degli Stati Uniti che il piano non avrebbe previsto azioni di controguerriglia e che non ci sarebbero state ingerenze nel conflitto politico colombiano; tuttavia, nel 2002, la comparsa del “terrorismo” tra gli obiettivi internazionali della politica estera statunitense ha fatto sì che la lotta alla guerriglia colombiana, declassata ad organizzazione terrorista , potesse rientrare nelle finalità del Plan Colombia sotto forma di lotta al “narcoterrorismo” . Questo ha permesso al governo colombiano di saldare definitivamente i programmi di “sviluppo” alla logica militare di contrasto della guerriglia e controllo del territorio. Gli aiuti del Plan Colombia – prestiti economici, addestramento, fornitura di armi, mezzi di comunicazione e veicoli militari – hanno fatto della Colombia il terzo ricevente internazionale di aiuti militari degli USA ed hanno garantito un’ingerenza totale della grande potenza nell’organizzazione militare colombiana, attraverso la costruzione di basi e il dislocamento di truppe in territorio colombiano. La strategia prevista dal piano per contrastare il narcotraffico, le fumigazioni di migliaia di ettari di terreno con il glifosato , oltre ad essere completamente inefficace ai fini dell’erradicazione perenne delle coltivazioni di coca ha ovviamente distrutto anche le coltivazioni di uso alimentare che garantivano la sopravvivenza dei contadini, generando così nuovi fenomeni di desplazamiento di intere comunità .
Proprio perché inserita in un quadro di intervento militare e non sociale, la destinazione dei fondi per il PDA appare completamente incoerente se confrontata con gli obiettivi dichiarati dello stesso. Eccezion fatta per il Putumayo , infatti, la relazione tra il livello di fumigazioni effettuate e la partecipazione degli enti territoriali interessati ai finanziamenti del PDA nel periodo 1999-2007 è ampiamente inconsistente. Regioni come Guaviare, Caquetà e Nariño, che totalizzano il 47% delle fumigazioni nel periodo considerato, ricevono nello stesso solo il 6,7% dei finanziamenti del PDA. Al contrario, regioni come Santander, Norte de Santander (dove si sta svolgendo il programma MIDAS), Guajira e Cesar , dove hanno avuto luogo il 2,23% delle fumigazioni totali, ricevono il 31% degli investimenti previsti dal PDA . Questa incongruenza rende evidente che la strategia governativa è dominata dall’idea di appoggiare i progetti con maggior capacità di inserimento sul mercato internazionale e maggiori potenzialità produttive: non è certo il caso delle zone marginali e povere dove si incontrano le più estese coltivazioni di coca.
La simbiosi tra sicurezza e sviluppo si consolida durante il secondo mandato del presidente liberale Álvaro Uribe Vélez , caratterizzato dalla creazione di nuove entità armate (Comando Conjunto del Caribe, Fuerza Sur), alcune delle quali impiegate sia per funzioni militari che per attività “sociali”, come il CCAI (Centro de Coordinación de Acción Integral) . La Colombia di Uribe si affaccia al XXI secolo forte di un’economia in rapida crescita . La violenza scatenata da militari e paramilitari a servizio dei grandi latifondisti ed imprenditori colombiani e delle multinazionali straniere non può non essere considerata una strategia sistematica e funzionale alla modernizzazione traumatica in chiave neoliberista della repubblica colombiana. Alla crescita costante dell’economia sono infatti funzionali i milioni di desplazados che, in fuga dalla violenza, abbandonano la propria terra, lasciando le grandi distese coltivabili del paese nelle mani di pochi latifondisti (oggi lo 0,4% dei proprietari sono padroni del 61,2% dell’area rurale, corrispondenti a 47.147.680 ettari di terra) e di grandi multinazionali che ne saccheggiano le risorse ; l’industria d’altro canto deve la sua continua crescita alla repressione dei lavoratori e dei sindacati, portata avanti dal paramilitarismo con l’acquiescenza del governo e la tacita riconoscenza delle imprese nazionali e multinazionali, che permette di imporre ai lavoratori condizioni di lavoro degradanti e la totale precarizzazione dell’esistenza . I successi ottenuti nella guerra alla guerriglia , favoriti dalla rinegoziazione nel 2003 del Plan Colombia – ora ribattezzato Plan Patriota ed esplicitamente indirizzato all’eliminazione del “terrorismo” dal paese – sono riusciti ad offuscare il grave scandalo che coinvolge il presidente ed un terzo dei senatori della Repubblica Colombiana: la parapolitica . Fin dal suo insediamento il governo Uribe era stato accusato di legami con il paramilitarismo (tra il 1995 ed il 1997 fu lui a promuovere l’insediamento delle CONVIVIR nella regione di Antioquia, della quale era governatore); l’approvazione della Legge 975 del 2005 sulla smobilitazione dei gruppi armati ha permesso a molti paramilitari di evitare l’estradizione e qualsiasi conseguenza penale dei crimini di lesa umanità da loro commessi, garantendo la totale impunità anche ai membri dell’esercito ed agli uomini politici coinvolti, privando le vittime del loro diritto ad ottenere giustizia e completa riparazione. Lo scandalo della parapolitica vede attualmente il Presidente Uribe, il Vicepresidente, il Ministro della Difesa ed un terzo dei senatori della Repubblica accusati dalla magistratura di essere direttamente coinvolti nel finanziamento dei gruppi paramilitari.
La corruzione dilagante nell’establishment del paese, il paramilitarismo, le condizioni di vita della popolazione rurale ed urbana, il desplazamiento , il narcotraffico, la svendita delle risorse alle multinazionali straniere, il mancato rispetto dei diritti umani, la persecuzione di attivisti, militanti, difensori dei diritti umani, giornalisti, sindacalisti, e soprattutto lo stretto legame esistente tra tutti questi elementi sono i tasselli che compongono la drammatica situazione sociale, politica ed economica della Colombia: il governo di Alvaro Uribe Vélez non ha fatto altro che aggravare tale condizione spingendola verso il baratro dell’insostenibilità e del punto di non ritorno.

Colombia: quale sviluppo? Le incongruenze tra gli obiettivi dichiarati ed i risultati conseguiti del programma MIDAS

Yo pregunto si en la tierra
Nunca habrían pensado ustedes
Que si las manos son nuestras
Es nuestro lo que nos den.

Nei mesi tra ottobre e dicembre del 2008 ho effettuato una ricerca di campo nel municipio di Tibú, in Catatumbo. Questa cittadina, centro nevralgico della produzione petrolifera della regione, “ospita” dal 2006 il programma MIDAS di sviluppo alternativo.
Con l’obiettivo di organizzare i produttori di palma ed avere un referente, USAID ha costituito nel 2006 un’associazione: ASOGPADOS, Asociación Gremial de Palmeros Campo Dos . Attraverso l’associazione, i piccoli proprietari terrieri che lo desiderano diventano beneficiari del progetto, sottoscrivendo una quota associativa e vincolandosi ad alcuni adempimenti contrattuali: la quantità di fertilizzanti da utilizzare nella coltivazione di palma, le condizioni di vendita del prodotto ecc… .
L’unico requisito richiesto è la proprietà di un appezzamento di terra non superiore ai 10 ettari. Questo requisito ha reso impossibile a molti contadini la partecipazione: nel contesto di estrema mobilità causata dal desplazamiento, infatti, è difficile risalire a titoli di proprietà validi e sicuri, mentre le modalità più diffuse di utilizzo della terra sono l’affitto o la pura e semplice occupazione. I primi beneficiari del progetto sono stati ex-coltivatori di coca, ai quali USAID ha fornito gratuitamente un programma di assistenza tecnica e formazione, oltre che le piante di palma ed i fertilizzanti necessari alla coltivazione per il primo anno. Terminata la fase “pilota” nel 2007, lo spettro dei partecipanti si è ampliato, arrivando a comprendere non solo altri contadini che non avevano in precedenza coltivato coca, ma anche abitanti della zona urbana che hanno acquistato piccoli appezzamenti di terra in campagna appositamente per partecipare al progetto; snaturando così la relazione che questo pretendeva di stabilire tra la sostituzione delle coltivazioni di coca con quelle di palma ed il sostegno alle popolazioni rurali in difficoltà. Il Presidente di ASOGPADOS giustifica questo fenomeno – utilizzando le stesse parole dei documenti informativi del programma MIDAS – con la volontà di non “premiare” gli ex-cocaleros e con la funzione preventiva acquisita in itinere dal programma: ovvero, si è ritenuto che indurre i contadini a coltivare palma potesse prevenire la diffusione delle coltivazioni di coca. Quest’ultima spiegazione, a dir poco preoccupante, giustifica la presenza di un programma di aiuto allo sviluppo anche in aree dove non c’è necessità nè di aiuto nè di sviluppo, svelando così la reale natura, economica e militare, dell’intervento : non è un caso, infatti, che il programma parli di “corridoi economici pre-definiti” in cui implementare il progetto, secondo criteri completamente svincolati dall’individuazione di aree dove il conflitto ed il narcotraffico hanno realmente creato una situazione di grave instabilità per la popolazione.
Il progetto prevede che l’associazione, conformata da piccoli produttori, raggiunga il mercato internazionale attraverso una “alleanza produttiva”, ovvero un accordo strategico con una grande azienda. Senza un vincolo con una entità del settore privato, riconosciuta nel settore agroindustriale, i piccoli produttori non possono infatti accedere né al progetto né al credito bancario. Nel caso in questione, ASOGPADOS ha stretto una alleanza produttiva con la Hacienda Las Flores, che appartiene all’ex ministro dell’Agricoltura Murgas e si occupa della coltivazione di palma da olio anche in altre zone della Colombia, dove ha generato problemi gravissimi (ad esempio nel Chocó ). Il ruolo di Hacienda Las Flores è quello di vendere ai contadini le piante di palma, acquistare il prodotto ed assicurarne il trasporto verso gli stabilimenti di lavorazione. In questo modo, secondo quanto previsto dal programma MIDAS, i contadini sarebbero tutelati, in quanto la grande azienda garantisce sempre loro l’acquisto di tutto il prodotto.
Il collegamento dei piccoli produttori al mercato internazionale dovrebbe, secondo MIDAS, garantire il miglioramento delle loro condizioni di vita e l’aumento della loro partecipazione alla vita della comunità: esistono tuttavia numerosi ulteriori elementi che fanno dubitare non solo della capacità del programma di raggiungere gli obiettivi prefissati, ma anche della coincidenza degli obiettivi dichiarati dal programma con quelli realmente desiderati ed effettivamente raggiunti.
Uno dei punti fondamentali del programma MIDAS è l’approccio “partecipativo” al programma: la costituzione dei produttori in associazione e la periodicità delle riunioni sono presentate come un elemento di promozione delle capacità autorganizzative della popolazione, che gestisce il programma in autonomia, acquisendo nuove competenze e responsabilità.
In realtà, le associazioni e la vita associativa sono decise completamente da USAID: l’associazione – di cui USAID ha stabilito persino il nome – è una mera intermediaria tra l’agenzia statunitense ed i beneficiari, all’interno della quale non c’è autonomia decisionale di nessun tipo; le riunioni sono “coatte” (se il piccolo produttore non partecipa viene multato) e la “partecipazione” è limitata alla ricezione delle informazioni riguardanti i prezzi sul mercato internazionale del frutto di palma, i prezzi dei fertilizzanti ed altre questioni tecniche sulle quali i piccoli produttori non hanno alcun controllo.
Questo modello, inoltre, è falsamente partecipativo, in quanto scavalca completamente le istituzioni democratiche locali: non è previsto che le istituzioni comunali, composte da membri eletti dalla popolazione, abbiano alcun controllo sull’implementazione del progetto e le juntas sono esautorate, non potendo i loro rappresentanti partecipare ad alcun titolo alle riunioni dell’associazione. Queste sono riservate ai palmeto, nonostante le conseguenze della coltivazione di palma sulla società e sull’ambiente (di cui si discuterà a breve) riguardino tutti gli abitanti del municipio di Tibù e meritino quindi una discussione pubblica e collettiva. Partecipazione si riduce invece a “partecipare al programma” accettandone gli obiettivi ed il metodo, che non sono mai messi in discussione: chi non è d’accordo e non ritiene che la coltivazione della palma costituisca un’alternativa valida alla coca viene “escluso” socialmente, e non usufruisce di alcun sussidio né governativo né del programma MIDAS anche se la sua condizione di necessità è comprovata. Gli spazi di discussione realmente partecipativi e democratici volti a definire le necessità di sviluppo del municipio (assemblee delle juntas, assemblee comunali) devono pertanto competere con un’organizzazione esogena e non democratica che, avendo a disposizione molti più fondi, ha la forza di imporre la propria concezione di “sviluppo alternativo” e le proprie attività sul territorio.
Ci sono inoltre gravi carenze nell’accesso alle informazioni sul progetto da parte dei contadini. ASOGPADOS, infatti, per tenere i contatti con i produttori si affida a responsabili della “comunicazione sociale” originari di Tibú e delle veredas circostanti, che godono quindi della conoscenza, della stima e spesso di legami parentali con gran parte dei beneficiari. Questi ultimi, spesso non dotati delle competenze o del livello di istruzione necessari per cogliere a fondo tutte le implicazioni del progetto (i nuovi partecipanti non hanno usufruito delle stesse agevolazioni concesse ai primi, e per ottenere piante, fertilizzanti, corsi di formazione ed assistenza tecnica hanno dovuto affidarsi ai programmi di credito del Banco Agrario: alcuni di loro non sanno che tipo di accordi hanno sottoscritto con la banca, o hanno firmato contratti senza saper leggere), aderiscono al progetto fidandosi del mediatore sociale che conoscono e stimano, anche senza avere a disposizione tutte le informazioni necessarie per valutare i pro ed i contro della partecipazione al programma.
I presidenti delle juntas denunciano varie conseguenze della diffusione della palma che disgregano ulteriormente il tessuto sociale: la diminuzione della partecipazione alle juntas, la crescita dell’alcolismo e della prostituzione dovute al processo di “inurbamento” di contadini che hanno venduto le loro terre per “migliorare” la loro condizione di vita in città. In molti casi i contadini hanno venduto la propria terra a prezzi molto bassi (in alcuni casi documentati, allo stesso Murgas, ex-Ministro dell’agricoltura e proprietario della Las Flores), soprattutto se comparati al valore che la terra assume una volta coltivata con la palma, ed il ricavato non ha loro consentito di trovare un’abitazione in città: la loro condizione, lungi dal migliorare, è passata da quella di proprietari di casa e di terra a quella di nullatenenti.
Si tratta di un vero e proprio desplazamiento, anche se non forzato, che favorisce il processo di concentrazione della proprietà della terra e, lasciando disabitate le campagne, influisce negativamente anche sulla rappresentatività delle juntas rurali. Pur essendo il progetto pensato per i piccoli produttori, infatti, nulla ha impedito la prevedibile conseguenza della concentrazione della proprietà rurale e lo stabilirsi di grosse aziende agroindustriali dall’estensione variabile tra i 3000 ed i 10000 ettari. Si conferma così la decennale tendenza alla concentrazione della proprietà della terra: i prezzi della terra hanno subito un sensibilissimo aumento, rendendo impossibile l’acquisizione di terra da parte dei contadini senza terra o dei braccianti agricoli che avessero intenzione di emanciparsi, cioè da parte proprio delle fasce di popolazione rurale più in difficoltà ed aventi più diritto ad usufruire di sussidi e programmi di sviluppo.
Anche dal punto di vista della preservazione ambientale, nonostante le ripetute dichiarazioni di “sostenibilità” del programma, le conseguenze minacciano di essere gravi. In assenza di una legislazione in materia, i produttori non bilanciano i 10 ettari di monocoltivazione con la riforestazione di un ettaro di terra; il programma lo prevede ma, a differenza di quanto fa per la coltivazione di palma, non prevede alcun incentivo per la riforestazione, che è quindi lasciata alla volontà (ed alla spesa) del singolo produttore. La perdita di biodiversità costituisce un danno incalcolabile non solo per l’ecosistema colombiano, ma anche per gli equilibri mondiali , e sebbene questa perdita non sia ancora certificabile in termini preoccupanti in Colombia, basta rifarsi ai prospetti di crescita del settore ed all’esperienza di altri paesi tropicali produttori di palma (come Malesia ed Indonesia) per rendersi conto della potenziale entità del danno , acuito dall’uso abbondante di fertilizzanti e pesticidi che ha effetti gravi sulla qualità delle acque e del terreno. La palma ha un ciclo produttivo di 20 anni, passati i quali si rende necessario sradicarla e ri-piantare tutto l’appezzamento. USAID non ha mai fornito, nei corsi di formazione ed aggiornamento del programma MIDAS, dati sulla sostenibilità della coltivazione intensiva della palma per un periodo così lungo e su quali potrebbero essere le condizioni di terra ed acqua dopo 20 anni.
Nonostante tutte queste conseguenze negative, molti dei contadini si dichiarano soddisfatti del miglioramento del loro tenore di vita, almeno dal punto di vista economico. Soprattutto ai partecipanti al progetto pilota, infatti, la palma ha garantito redditi mensili di 2-3 milioni di pesos. Oltre a ciò, molti partecipanti si dichiarano “orgogliosi di essere palmicultori”, “orgogliosi di lavorare nella legalità”. Sembrerebbe quindi che il progetto abbia avuto ricadute positive anche dal punto di vista psicologico e di rafforzamento dell’identità, sia individuale che sociale. Esistono tuttavia elementi che portano a considerare effimere queste conseguenze positive. I contadini si ritengono “proprietari” del loro raccolto, ma in realtà sono obbligati dal contratto a comprare le piante, i semi, i fertilizzanti, ed a vendere il prodotto alla Las Flores, alla quale devono anche pagare una percentuale sulla quantità di raccolto per il trasporto che la medesima azienda fornisce. Sono quindi completamente asserviti a questo monopolio della grande impresa agroindustriale. Il collegamento al mercato internazionale, elemento chiave della strategia di sviluppo rurale proposta dal programma MIDAS, avviene in condizioni di subordinazione totale: i contadini sono completamente dipendenti dal prezzo internazionale della palma, sul quale non hanno alcun tipo di controllo. Quando il prezzo sul mercato internazionale cala, i contadini rischiano di rimanere senza alcun ingresso per tutto il mese, o addirittura di subire ingenti perdite, in quanto le rate bancarie sono fisse e non dipendono dall’andamento del raccolto. I debiti contratti, inoltre, hanno anche venti anni di durata, coincidenti con il primo ciclo vitale della palma: è probabile che ad ogni nuova piantumazione (sempre che le condizioni di suolo ed acqua tra vent’anni la consentano) i contadini siano quindi costretti a sottoscrivere un nuovo debito. A questo si aggiunge una perdita grave della sovranità alimentare, poichè molti contadini hanno coltivato tutto il loro appezzamento con la palma, senza lasciare spazio alla coltivazione di prodotti per il consumo alimentare della famiglia (il pancoger). Il programma di “sviluppo rurale”, del resto, non suggerisce né incentiva la consociazione delle coltivazioni per salvaguardare la sovranità alimentare dei beneficiari.
Infine, quando anche il programma consenta un effettivo aumento del reddito del singolo contadino e della famiglia, questo parametro appare completamente insufficiente per valutare il miglioramento generale delle condizioni di vita dei singoli e della società. Sul tenore di vita, infatti, incidono anche i servizi e l’accesso a questi ultimi da parte della popolazione: infrastrutture, sanità, scuole fanno parte a pieno titolo degli elementi qualificanti del tenore di vita. Nonostante ciò, il programma MIDAS non riconosce alcuna obbligazione sociale di USAID nei confronti della comunità, non essendo obbligato a costruire infrastrutture, a finanziare progetti sociali o a pagare royalties. La popolazione rurale rimane pertanto nelle medesime condizioni di carenza infrastrutturale e di servizi precedenti l’implementazione del programma.
Sebbene queste conseguenze non siano tutte direttamente imputabili al programma MIDAS, si può sostenere che la connessione tra le politiche agricole colombiane e le politiche commerciali statunitensi, unite alla direzione dei sussidi in agricoltura, alla tipologia dei progetti, alle considerazioni di politica interna ed internazionale sul problema della “sicurezza”, soprattutto a fronte della totale assenza di progetti, programmi, sussidi che vadano in direzione opposta, hanno favorito ed incoraggiato, e sicuramente non hanno fatto nulla per scoraggiare, l’innescarsi di queste dinamiche socio-economiche in Colombia. Questo è ancor più evidente se si considera il fatto che, alla resa dei conti, queste dinamiche favoriscono l’industrializzazione delle campagne e l’espansione capitalistica del mercato internazionale; i piccoli proprietari risultano, in ultima istanza, i più danneggiati dal progetto.

Conclusioni

La lunga storia dello sviluppo rurale, di cui nella presente trattazione abbiamo ripercorso alcune tappe salienti relative al caso colombiano, è storia di violenza politica, di neocolonizzazione economica, di erosione dei diritti umani, civili e politici di popolazioni inglobate nel mercato mondiale in una posizione di totale subalternità, che addossa loro il prezzo della globalizzazione capitalista senza distribuirne alcun vantaggio. Come si è avuto modo di dedurre sia dall’analisi dei testi storici relativi al caso colombiano sia dall’esperienza di campo, quello della crescita economica rimane il fine ultimo dei programmi di sviluppo, nonostante le differenti impostazioni che caratterizzano le varie agenzie nei diversi momenti storici.
Parallelamente, gli apparati concettuali e testuali che di volta in volta vengono prodotti a sostegno dei progetti di “sviluppo” rivestono un ruolo fondamentale: è attraverso di essi, infatti, che si rende possibile l’intervento su popolazioni, ambiente, governi ed istituzioni democratiche. Le pratiche, le metodologie, gli strumenti di analisi e di produzione testuale delle grandi agenzie per lo sviluppo delegittimano completamente l’identità e le rivendicazioni politiche dei cittadini, incasellandoli nelle innocue categorie di “comunità” o “beneficiari”, cui viene riconosciuta come unica capacità e possibilità quella di accettare e ricevere, univocamente, lo “sviluppo”, anche laddove non richiesto; la “griglia epistemologica” dello sviluppo si ridisegna di volta in volta, inglobando sempre più aspetti della vita delle popolazioni, rendendo possibile un controllo sempre più capillare ed allo stesso tempo una penetrazione sempre più vasta delle regole e degli obiettivi del sistema capitalista tra le istituzioni locali e nella mentalità stessa degli abitanti.
Alla forzosa neutralità dei beneficiari non corrisponde l’“apoliticità” dell’aiuto allo sviluppo; al contrario, la sua natura di strumento politico funzionale alla neomodernizzazione in senso capitalista delle aree “ritardate” è emersa con sempre maggiore prepotenza nel corso dei decenni, entrando alla fine a far parte di strategie militari di controllo del territorio, sicurezza e lotta al terrorismo su scala internazionale. Gli aiuti allo sviluppo sono diventati strumenti di relazioni internazionali tra governi e di contrattazione economica con le transnazionali, sempre più lontani dalle reali necessità dei cittadini e da qualsiasi finalità di rafforzamento della partecipazione o di miglioramento della condizione economica, politica o sociale degli abitanti delle periferie. I presunti “beneficiari” ricevono in cambio l’illusione di condividere finalmente i benefici dello “sviluppo”, del “progresso”, del capitalismo, mentre in realtà barattano per una birra o per una moto nuova la propria sicurezza alimentare, le proprie condizioni ambientali, la tenuta democratica delle proprie istituzioni, il controllo sulle proprie risorse, la possibilità di influire democraticamente sulle scelte di politica economica che li riguardano direttamente. Lo “sviluppo” diventa così un’arma di indebolimento delle democrazie, funzionale alla diffusione della “mentalità impresariale”, del modello neoliberista, del sistema capitalista.
L’obiettivo della crescita economica ha dimostrato nel corso dei decenni di essere completamente antitetico al benessere sociale ed economico delle persone cui i programmi di “sviluppo” si indirizzano; esso è invece funzionale alla concentrazione delle risorse e del potere economico e politico, ed alla marginalizzazione di sempre più vasti settori della popolazione.
Uno “sviluppo” che voglia definirsi autenticamente tale non può, a mio parere, esimersi dal ripensare criticamente l’obiettivo della crescita economica e della diffusione del sistema capitalista, per sua natura escludente e pauperizzante; deve invece porsi obiettivi differenti, di reale alternativa al modello di crescita economica, riappropriandosi di una dimensione prettamente politica. Non si può a mio parere parlare di aiuti allo sviluppo senza interrogarsi sulla natura politica sia del processo di sviluppo che degli attori coinvolti: è necessario abbandonare le categorie falsamente neutrali di “beneficiari”, “riceventi”, “popolazioni oggetto” per riconoscere la politicità del cittadino e delle sue richieste. Se la depoliticizzazione è, come si è visto, caratteristica fondamentale di progetti di sviluppo volti a rimodellare società, economie e territori in nome della crescita economica, ogni concezione di sviluppo che voglia porsi obiettivi differenti deve dotarsi anche di strategie differenti, mettendo in discussione non solo gli effetti, ma anche le pratiche discorsive, testuali e di implementazione dei progetti diffuse fino ad oggi dalle agenzie per lo sviluppo.

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