Archive for novembre 2009

Brasile cerca di riavvicinare Venezuela e Colombia

Un articolo da BBC World sulla mediazione Brasiliana nella questione basi. E’ da segnalare anche che l’ambasciatore USA a Bogotà,  Brownfield, nel frattempo si è autocandidato per la mediazione tra Colombia e Venezuela (!!!), sostenendo che l’accordo in corso è un semplice accordo di “cooperazione bilaterale” volto alla lotta al narcotraffico ed al terrorismo. Intanto le relazioni diplomatiche tra Colombia e Venezuela restano congelate, con un calo delle relazioni commerciali del 57% nel mese di ottobre 2009. 

Yolanda Valery BBC

Venezuela garantirà “la difesa del territorio” dall’accordo tra Colombia e USA. Deputati brasiliani si sono riuniti questo lunedì con le autorità venezuelane per conoscere di prima mano le loro posizioni nel conflitto che questo paese porta avanti con la Colombia a causa dell’uso di basi militari del paese vicino da parte delle forze armate statunitensi. “siamo arrivati all’apice della tensione. Bisogna superarla, ridurne la scala ed ottenere il controllo della situazione. Questo è possibile”, dice a BBC World il capo della delegazione, Raúl Jungmann. Il parlamentare afferma che anche se il presidente venezuelano Hugo Chávez ha rifiutato la proposta del suo omologo brasiliano, Luiz Inazio Lula da Silva, di intavolare un dialogo diretto con il mandatario colombiano, c’è margine di manovra. Cita il prossimo vertice di cancellieri e ministri della Difesa dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), prevista per il 27 novembre, come uno scenario di accerchiamento. Estende anche l’invito per portare a termine una riunione di capi dei corpi legislativi sudamericani durante il primo trimenstre dell’anno prossimo. “abbiamo la speranza che questo incontro sia la sede adeguata”, dice. Credere sulla parola I deputati della Commissione Esteri della Camera Bassa hanno cominciato in Venezuela un viaggio di una settimana, che ocntinuerà in Bolvia e in Ecuador. Jungmann chiarisce che non si trovano nel paese per mediare, perchè non sono stati invitati per questo, ma che sono giuntio “a prendere atto, a capire la situazione ed a collaborare ne ilimiti del possibile”. E per questo hanno tenuto una riunione col vicecancelliere per l’area dell’America Latina, Francisco Arias Cárdenas, che ha ratificato la posizione ufficiale del governo venezuelano: le basi rappresentano una minaccia per la sovranità nazionale e il suo paese non sta dichiarando guerra alla Colombia ma si prepara per la difesa del territorio. “questione di principi” I deputati hanno esposto che gli Stati Uniti hanno basi anche nelle Antille e nel Centroamerica, e che gli accordi tra Bogotà e Washington risalgono al 1962. a questo Arias Cárdenas ha risposto che l’opposizione al nuovo trattato è “una questione di principi”. Alla domanda se la tesi della “difesa del territorio” sostenuta dal governo venezuelano – che, secondo quanto dichiarato recentemente dal presidente Chavez, passa per l’intensificaizone del movimento di truppe e miliziani civili, oltre ad altre misure – gli è parsa convincente, Jungmann ha risposto che non può far altro che credere alla parola del viceministro. Le parole del mandatario venezuelano sul preparare il paese per una guerra col paese vicino hanno dato luogo alla sospensione di una votazione nel senato brasiliano sull’ingresso del loro paese nel Mercosur.

Ernesto Samper sulle basi USA (12 novembre 2009)

Il commento dell’ex presidente Colombiano Samper (da Selvas Blog):

L’accordo firmato lo scorso 30 ottobre tra i Governi di Colombia e Stati Uniti, per permettere la presenza di truppe e lo stazionamento di portaerei da guerra nordamericane in sette basi strategiche colombiane, avrà alcune gravi implicazioni nella determinazione della futura politica estera colombiana, nemmeno comparabili a quelle che risultarono quando, all’inizio del XIX secolo, il paese perse il canale di Panama.
Nei documenti interni del Pentagono di gennaio di quest’anno, prima che esistesse qualsiasi negoziazione con la Colombia, già erano segnalate le basi come parte della strategia di “messa in sicurezza strategica “ degli stati Uniti nell’emisfero sudamericano. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti sono riusciti a cominciare a smantellare le loro 800 basi nel mondo e a costruirne un nuovo tipo, le cosiddette “basi spedizioniere”, che permettono loro di vigilare, da corridoi geografici determinati, grazie a differenti siti di rifornimento, diverse aree del mondo.

Le nuove enclave militari nordamericane in Colombia e, più concretamente, la base di Palanquero, localizzata nel cuore del paese e considerata la fortezza emblematica della nostra Forza Aerea, raggiungerà questo obiettivo di sicurezza strategica del Sudamerica e della costa occidentale Africana attraverso l’isola di Ascension, vicina alla città di Recife in Brasile.

Anche se i cancellieri dei paesi firmatari dell’accordo hanno sottolineato che le basi rafforzeranno solo la lotta della Colombia contro il narcotraffico e il terrorismo, p chiaro che per il tipo di equipaggiamenti che arriveranno, come aerei C-17, che portano fino a 70 tonnellate di materiale bellico, aerei Orion per lo spionaggio elettronico, i potenti aerei Awad, vere e proprie piattaforme volanti di intelligence e i Boeing 707, i nuovi equipaggiamenti non serviranno al trasporto massivo di narcotrafficanti, alla fumigazione di coltivi illeciti o alla localizzazione di terroristi nella selva amazzonica.

Lo hanno capito i paesi dell’emisfero che, riuniti diverse volte nell’UNASUR, sotto la leadership del Brasile, hanno espresso la loro preoccupazione per la pericolosa presenza nordamericana nella regione. Nemmeno le molteplici visite di alti funzionari del Dipartimento di Stato ne le lettere personali di Hillary Clinton ai rappresentanti regionali sono riuscite ad attenuare la convinzione esistente che le nuove basi non lanceranno operazioni nella zona. E non a caso.

Con l’eccezione delle basi di Howard a Panamá e quella di Manta in Ecuador, appena dismessa, non erano mai esistite, fino ad oggi, basi militari nordamericane in Sudamerica. Il che spiega perchè l’accordo firmato danneggia non solo la Colombia, ma anche il Governo di Obama che, con questa decisione, manda un segnale equivoco, diciamo “tradizionale” per essere buoni, rispetto all’ancora sperato riposizionamento delle sue relazioni con l’America Latina.

La cosa più grave degli accordi è stata la forma in cui è stata gestita l’informazione su di essi, in maniera quasi clandestina, di nascosto dalla opinione pubblica e senza la partecipazione dei Congressi dei due paesi. Quello della Colombia ha ignoratola raccomandazione fatta dal Consiglio di Stato – organismo sussidiario, secondo la Costituzione, del potere Esecutivo- che consigliava, data l’importanza del tema, di portarlo alla discussione del Congresso della Colombia e di sottometterlo in seguito all’analisi della Corte Costituzionale.

La maggior parte dei mezzi di comunicazione colombiani, dal loro canto, ha tenuto il tema, per ragioni inesplicabili, all’interno di una sorta di campana pneumatica, facendo indirettamente il gioco del governo Uribe, che aveva ordinato di firmare il pericoloso strumento all’alba del passato 30 ottobre con la laida presenza dell’ambasciatore USA come rappresentante della controparte e i ministri colombiani responsabili del tema.

Il Senato colombiano, che sarebbe obbligato ad autorizzare questa presenza di navi militari e truppe straniere, e lo stesso Congresso, che dovrebbe convertire in legge questo accordo che ci impegna a sottostare ad una politica egemonica da guerra fredda, non hanno detto, ufficialmente, neanche il proprio nome.
E anche se in una prima tappa la cosa prevedibile è che i paesi dell’area si mantengano in prudente attesa, è facile prevedere cosa succederà quando dalle nuove basi cominceranno a lanciare (del resto sono state costruite per questo- operazioni speciali di vigilanza elettronica sul Sudamerica.

§Infine, non si può escludere che le FARC approfittino di questa inopportuna presenza per impegnare militarmente gli Stati Uniti nella guerra colombiana, il che complicherebbe definitivamente l’effetto dell’internazionalizzazione del conflitto interno colombiano che il presidente Uribe ha ottenuto con questa decisione che non solo compromette il futuro della politica estera della Colombia, ma che già lega e complica le nostre relazioni con Venezuela, Ecuador, Cuba, Nicaragua e Bolivia.

Altro che sostenibilità…

Nella sezione “La palma in Colombia” trovate la trascrizione di un’intervista a una studiosa colombiana di agrocombustibili, Paola Alvarez Roa. Un documento contundente sui rischi di queste coltivazioni. Vi invito inoltre a visitare il sito del World Rainforest Movement che contiene, oltre alla lettera aperta contro il RSPO, altre informazioni su questa tavola rotonda che certifica, con una sfacciata operazione di greenwashing, le monocoltivazioni di palma dichiarandone la “sostenibilità”.

Colombia, basi militari per gli Usa (PeaceReporter)

Il commento di Alessandro Grandi al recente accordo sulle basi militari USA in Colombia

17/08/2009

Concluso l’accordo fra Washington e Bogotà: la lotta ai narcos e al narcotraffico si fa più dura. Arriveranno in Colombia altri 150 soldati statunitensi

La decisione presa da Washington e Bogotà di apporre le firme sull’accordo per lo sfruttamento di basi militari nel paese sudamericano da parte degli Usa sta già generando polemiche nell’area.

Alla fine, dopo mesi di incontri, polemiche e ingerenze da parti di stati esterni alla vicenda, l’accordo è stato raggiunto: gli Stati Uniti potranno utilizzare le basi militari colombiane per i prossimi dieci anni. Scopo dell’accordo: dare maggiore impulso alle attività di lotta al narcotraffico e ai cartelli che lo controllano. Circa 40 milioni di dollari (poco meno di 30 milioni di euro) saranno versati nelle casse colombiane dall’amministrazione statunitense e in più saranno messi a disposizione dai soldati di Bogotà conoscenze e tecnologie di ultima generazione.
Ora il testo dell’accordo passerà alla revisione tecnica nei rispettivi paesi e solo dopo l’approvazione dei due governi potranno essere definitivamente firmati.
L’accordo fra il Paese latinoamericano e gli Usa ha scatenato una serie infinita di polemiche, soprattutto nei paesi limitrofi alla Colombia. Hugo Chavez, presidente del Venezuela, si è detto molto preoccupato per questa firma che giudica “molto simile a un’aggressione militare”. Ovvie e immediate le reazioni statunitensi. “La nostra presenza in Colombia ” ha detto l’assistente alla Difesa per gli affari esteri Frank Mora, “non significa che andremo a incrementare la nostra presenza in quel Paese. Stiamo solo formalizzando ciò a cui stiamo lavorando da anni”.
Intanto, però, la presenza di militari aumenterà da 250 a più di 400 unità. Inoltre, nell’accordo è prevista un’apertura a tutti i paesi della zona che avessero voglia e interesse a impegnarsi nella lotta alla droga e al narcotraffico. “Tutto avverrà nella massima trasparenza. Siamo consapevoli che il progetto potrebbe destare preoccupazioni nei paesi dell’area” ha subito fatto sapere il generale Usa James Cartwright. Avvertenze e spiegazioni quelle di Cartwright che sono un evidente segno del nuovo corso della presidenza di Obama che ha abbandonato (sembra) i metodi utilizzati nei decenni passati quando i paesi dell’America Latina erano considerati “il giardino di casa” e per questo la trasparenza era l’ultima cosa a cui si pensava.
I Paesi dell’area intanto si interrogano. Dall’Ecuador il presidente Correa , ha già fatto sapere che il contratto per l’uso della pista dell’aeroporto militare della base di Manta da parte dei soldati Usa, in scadenza nel novembre prossimo, non verrà rinnovato. L’accordo valido per dieci anni era stato firmato nel 1999. Sembra, però, che all’amministrazione Usa e quella colombiana la questione non interessi molto. Da Bogotà ci tengono a far sapere che la lotta alla droga e al narcotraffico (e tutti gli accordi che la riguardano) è un affare regionale e quindi tutti i Paesi, soprattutto quelli amici, saranno invitati a dialogare e a partecipare al progetto. “Ecuador e Venezuela sono nostri fratelli” dicono a Bogotà “e accordi di questo tipo li vorremmo avere anche con il Brasile”.
Questo genere di discorso è poco convincente secondo il presidente del Venezuela, Chavez. “Questo patto militare – ha detto il leader bolivariano – inizia a far soffiare venti di guerra”. D’accordo con lui anche il presidente dell’Equador Correa. A smorzare i toni, però, ci ha pensato Alvaro Uribe che dalla capitale colombiana ha voluto pronunciare parole distensive e ha chiesto nuovamente scusa al presidente ecuadoriano per l’intrusione nel territorio controllato da Quito avvenuta nel marzo 2008. In quella circostanza l’esercito colombiano riuscì a colpire una colonna di guerriglieri delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) che si era rifugiata in territorio ecuadoriano. “Ci hanno chiesto ancora di accettare le loro scuse” ha detto Correa “e noi le accettiamo con tutto il cuore”.

Alessandro Grandi

Borneo: quelle palme che avvelenano l’aria

Ho ricevuto questa stupenda segnalazione e vi rendo partecipi di questo studio condotto dall’Università degli Studi di L’Aquila sugli effetti devastanti della palma africana sugli ecosistemi del pianeta (nel caso vi fossero rimasti dei dubbi!) Grazie ai curatori di Salva Le Foreste

Lo rivela una ricerca made in Italy

Un recente studio sul campo condotto da un team internazionale di scienziati, tra cui ricercatori del Centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila, dimostra che le piantagioni di palma da olio non sono solo esponsabili della deforestazione, ma emettono ossidi di azoto, che generano ozono, in quantità molto maggiori della foresta che hanno sostituito. Pubblichiamo qui un contributo di Piero Di Carlo, ricercatore del centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila.

La deforestazione è un fenomeno che non accenna a diminuire, cambiano le aree interessate, le motivazioni per cui viene effettuata, ma purtroppo è un processo di autolesionismo umano inarrestabile. Se in passato si cercava di giustificare la rimozione di foreste con la necessità di nuovi pascoli o terreni da dedicare all’agricoltura, oggi addirittura si avanzano motivazioni di tipo economico ed ambientale.

E’ il caso del processo di deforestazione che sta riguardando una delle foreste più grandi al mondo: quella tropicale del Borneo, in Malesia. Nell’area è in atto una inesorabile sostituzione di vegetazione forestale con piantagioni di palme per la produzione di olio, la cui richiesta è in continuo aumento perché utilizzato in un numero molto elevato di prodotti alimentari e cosmetici e perché molto economico rispetto ad altri. La produzione di quest’olio negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale, globalmente ha raggiunto i 35 milioni di tonnellate e, nella sola Malesia oggi le piantagioni di palme rappresentano il 13% del territorio mentre nel 1974 ricoprivano solo l’1%. L’aumento di queste piantagioni, e di conseguenza la diminuzione delle foreste, sta avendo un nuovo impulso negli ultimi anni poiché l’olio di palma è stato recentemente identificato come un biocarburante da poter affiancare al petrolio sia perché più economico sia perché considerato, erroneamente, più rispettoso dell’ambiente. Al di là della beffa della distruzione delle foreste, un recente lavoro pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Science ha dimostrato come le palme da olio siano potenzialmente più inquinanti della vegetazione delle foreste che sostituiscono. I risultati sono frutto di una campagna di misure svolta durante l’estate 2007 nella foresta del Borneo, in cui per la prima volta, sono state fatte misure di emissioni di composti in atmosfera sia in piena giungla che in un’area adiacente in cui questa è stata sostituita da una piantagione di palme da olio.

La missione capitanata da Nick Hewitt dell’Università di Lancaster ha visto la partecipazione di altre otto università ed istituti di ricerca Inglese, università americane e, con uno strumento sviluppato nei nostri laboratori del Centro di Eccellenza CETEMPS dell’Università di L’Aquila, per le misure di ossidi di azoto.

Le osservazioni dimostrano come le palme da olio emettano fino a quattro volte più composti volatili organici (VOC) della foresta e più ossidi di azoto. Questi composti sono gli elementi che formano, in atmosfera, l’ozono, il principale inquinante della bassa atmosfera sia per gli effetti sulle vie respiratorie che per quelli sulla vegetazione. Allo stato attuale i livelli di guardia dell’ozono non sono stati ancora superati, ma se non si interviene con una riduzione della deforestazione e un controllo delle emissioni di ossidi di azoto, in futuro vi potrebbero essere degli effetti deleteri non solo per la qualità dell’aria delle aree tropicali, ma anche su scala globale, poiché nei tropici i moti convettivi in atmosfera sono tra i più efficaci e permettono il trasporto di composti emessi o prodotti localmente anche su larga scala. Questo lavoro è da considerare un “early warning”, cioè un invito a prendere le dovute precauzioni prima che la sostituzione delle foreste tropicali con le piantagioni di palme da olio abbia effetti irreversibili sul nostro pianeta.

Se da una parte alcune decisioni riguardano le politiche ambientali ed economiche mondiali, ognuno di noi, nel proprio piccolo, può contribuire affinché la domanda di quest’olio, non continui a crescere sempre di più. Infatti anche i nostri supermercati sono pieni di alimentari e cosmetici prodotti con olio da palma, tipicamente riportato con la dicitura generica “olio vegetale”: cercare di preferire quelli che non ne fanno uso può dare un piccolo apporto oltre alla salvaguardia delle foreste anche della qualità dell’aria.

Dr. Piero Di Carlo
Dipartimento di Fisica
Centro di Eccellenza CETEMPS
Universita’ degli Studi di L’Aquila

Le piantagioni di palma da olio non saranno mai sostenibili

Ricevo, sottoscrivo e diffondo un appello diffuso dalla Red de Alternativas a la Impunidad y Globalizacion del Mercado, affinchè le organizzazioni internazionali (governative e non) delegittimino la “certificazione” della palma da olio della RSPO (una tavola rotonda “indipendente” alla quale partecipano i produttori stessi, che autocertificano la sostenibilità della loro produzione…). La palma da olio non è sostenibile; produce invece impatti sociali, ambientali ed economici devastanti.

2/11/2009

Lettera aperta alla RSPO e al WWF

* Le piantagioni di palma da olio non saranno mai sostenibili *

Un anno fa è stata pubblicata la Dichiarazione internazionale contro la “greenwashing” della Tavola Rotonda per la Palma da Olio Sostenibile (RSPO), che è stata firmata da oltre 250 organizzazioni in tutto il mondo (www.salvalaselva.org/news.php?id=1067). Da allora, la RSPO ha continuato la certificazione dell’olio di palma prodotto da aziende che sono direttamente responsabili per la violazione dei diritti delle comunità locali, continuando la distruzione delle foreste pluviali, delle torbiere e di altri abusi contro la popolazione, l’ ambiente e clima. E ciò che è più grave, ai fornitori di olio di palma si stanno fornendo certificazioni “provvisorie” della RSPO basata esclusivamente su auto-valutazioni. In Malesia, Indonesia e Papua Nuova Guinea sono già state certificate piantagioni di palma distruttive; la stessa pratica di Greenwashing è iniziata in Colombia, Thailandia e Ghana.

Siamo profondamente preoccupati che la certificazione RSPO venga utilizzata per legittimare l’espansione della domanda di olio di palma e, quindi le piantagioni di palma da olio, e serva a coprire con un mascheramento verde i disastrosi impatti sociali e ambientali del settore dell’olio di palma. Le regole della RSPO non escludono l’abbattimento di molte foreste naturali, la distruzione di altri importanti ecosistemi, o di torbiere. Le piantagioni certificate RSPO incidono in modo nocivo sui mezzi di sostentamento e nella vita delle comunità locali e il loro ambiente. I problemi si sono aggravati con la creazione di un conflitto di interessi in un sistema in cui un’azienda che desidera essere certificata assume un’altra società a svolgere la valutazione nei suoi confronti.

Siamo anche preoccupati per il ruolo svolto dal WWF nel promuovere la RSPO e il suo utilizzo a sostegno della crescita infinita della domanda di olio di palma. Il WWF è stato l’iniziatore della RSPO, e continua a fare pressioni per questa iniziativa in tutto il mondo, che si unisce al suo sostegno per l’industria dei biocarburanti, tra cui l’olio di palma. Il coinvolgimento del WWF è utilizzato dalle imprese per giustificare la produzione di agrocarburanti, la costruzione di raffinerie di più e più centrali a base di olio di palma in Europa. La promessa di “olio di palma sostenibile “, sostenuto dal WWF, è stato uno dei principali fattori alla base della decisione dell’ Unione Europea a mantenere una percentuale richiesta del 10% di biocarburanti entro il 2020 e la RSPO sarà utilizzata per consentire che la produzione e l’utilizzo di olio di palma possa dare accesso a contributi e altri benefici. Questo sta accelerando l’espansione indiscriminata della palma da olio in molti altri paesi come Messico, Guatemala, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Uganda e Tanzania.

La società Unilever, il consumatore più grande di olio di palma nel mondo, con 1,6 milioni di tonnellate all’anno, parla di un “impegno” di utilizzare l’olio di palma certificato RSPO nel futuro, presentandosi come una “società responsabile”, ignorando il reale impatto dell’ olio di palma.

L’azienda Wilmar International chiede certificati RSPO in Indonesia, nonostante le prove del loro coinvolgimento nell’acquisizione illegale di terreni, gli incendi di foreste , la distruzione delle foreste pluviali e torbiere che ha portato la Banca Mondiale a sospendere i finanziamenti per l’olio di palma. Questa sospensione è stata raggiunta con grande sforzo ed è a rischio a causa delle false promesse della RSPO.

In Colombia, l’azienda Daabon produttorice di olio di palma, un membro della RSPO, è riuscita a essere dipinta dai media europei come una “società responsabile”, pur avendo illegalmente sfrattato piccoli contadini nella loro terra, abbattuto alberi e inquinato con dispersioni di olio di palma il Mar dei Caraibi.

Nel Sudest asiatico, l’azienda IOI ha ottenuto certificazioni, pur essendo responsabile della distruzione illegale delle foreste e torbiere in Kalimantan (Indonesia), distruggendo così il sostentamento delle popolazioni indigene. La società Neste Oil è uno dei principali clienti di IOI ha ottenuto un certificato “provvisorio” RSPO e su questa base promuove gli agrocombustibili per l’avviamento e la costruzione della raffineria di olio di palma per agro combustibili più grande del mondo. La monocultura di olio di palma per i prodotti alimentari, cosmetici, chimici e agrocombustibili è la causa più importante della deforestazione e dei cambiamenti climatici e della distruzione dei mezzi di sussistenza, della sovranità e sicurezza alimentare di milioni di piccoli agricoltori, delle popolazioni indigene e le altre comunità. La coltivazione di olio di palma utilizza prodotti agrochimici che avvelenano i lavoratori, le comunità e contamina il suolo, l’acqua e la biodiversità,riducendo la quantità di acqua dolce. Le monocolture di olio di palma non sono  e non potranno mai essere sostenibili, la “certificazione” serve come mezzo per perpetuare ed estendere questa industria distruttiva.

Ribadiamo pertanto l’invito rivolto alla Dichiarazione internazionale 2008 dell’anno scorso e chiediamo:

· che si elimino tutti gli obiettivi, i sussidi e gli incentivi, in particolare in Europa e negli Stati Uniti;

· la consistente riduzione della domanda di olio vegetale e di energia in occidente;

– La cancellazione delle relazioni commerciali tra le imprese che acquistano olio di palma e i fornitori che distruggono le foreste, le torbiere e spostano le colture di cereali per il l’autoconsumo delle comunità locali, che sono quindi responsabili e beneficiarie allo stesso tempo della violazione dei diritti umani che causano;

· la riforma fondiaria al fine di restituire le terre alle comunità locali, la sovranità alimentare e il ripristino della biodiversità degli ecosistemi agricoli;

· la risoluzione delle dispute di terra, il rispetto dei diritti umani, il risarcimento per le lesioni multiple causate;

· il restauro di tutte le zone umide ancora esistenti che sono stati drenate per le piantagioni di palma africana, finché è ancora possibile, al fine di mitigare il riscaldamento globale;

– le ONG non devono dare legittimità alla RSPO e il WWF deve smettere di promuovere il sostegno agli agrocombustibili da olio di palma da RSPO;

-che governi in Europa e negli Stati Uniti dovrebbero ridurre la domanda di olio di palma sospendendo le politiche che hanno creato l’artificio del mercato degli agrocombustibili e terminare l’uso degli stessi.

NOTA:

La tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile (RSPO per la sua sigla in inglese) è un’organizzazione privata o “Forum delle parti interessate”, che è stato creato come organismo “indipendente ” per la certificazione di olio di palma “sostenibile”. Tra i suoi membri ci sono 80 aziende e federazioni, 8 banche e società finanziarie, 51 produttori di beni di consumo, 23 rivenditori, 118 trasformatori, commercianti e 21 ONG.

L’annessione della Colombia agli Stati Uniti

 

Un commento  di Fidel al nuovo accordo USA-Colombia per la costruzione di basi militari in territorio colombiano. Interessante, anche se in un passaggio sembra convinto anche lui che nel 2012 finirà il mondo…

L’ANNESSIONE DELLA COLOMBIA AGLI STATI UNITI

Qualsiasi persona informata capisce subito che l’edulcorato “Accordo complementare di Cooperazione e Assistenza Tecnica per la Difesa e Sicurezza tra i governi della Colombia e degli Stati Uniti”, sottoscritto il 30 ottobre e pubblicato nel pomeriggio del 2 novembre, corrisponde alla annessione della Colombia agli Stati Uniti.

L’accordo mette in imbarazzo teorici e  politici. Non è onesto stare zitti adesso per poi parlare di sovranità, democrazia, diritti umani, libertà d’opinione e altre delizie, allorché un Paese è divorato dall’impero con la stessa facilità con cui una lucertola caccia una mosca.

Si tratta del popolo colombiano, pieno d’abnegazione, lavoratore, e lottatore. Ho cercato nel pesante libro  una giustificazione digeribile, però non ho trovato niente.

In 48 pagine di 21 righe ciascuna, cinque sono dedicate a filosofare sui precedenti del vergognoso assorbimento che fa diventare la Colombia un territorio oltremare. Tutte si basano sugli accordi sottoscritti con gli Stati Uniti dopo l’assassinio del prestigioso leader progressista Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile 1948 e la creazione dell’Organizzazione degli Stati Americani il 30 aprile 1948, proposta dai Ministri degli Affari Esteri dell’emisfero, riuniti a Bogotá  e condotti dagli Stati Uniti nei tragici giorni in cui l’oligarchia colombiana  ha tolto la vita a quel dirigente e scatenato la lotta armata in quel Paese.

L’accordo d’Assistenza Militare tra la Repubblica di Colombia e gli Stati Uniti, nell’aprile 1952; quello legato a “ una Missione dell’Esercito, una Missione Navale e una Missione Aerea delle Forze Militari degli Stati Uniti” sottoscritto il 7 ottobre 1974;  la Convenzione delle Nazioni Unite contro il Traffico illecito di stupefacenti e Sostanze Psicotrope, del 1988; la Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato Transnazionale, del 2000; la Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza, del 2001;  la Lettera Democratica Interamericana, quella di Politica di Difesa e Sicurezza Democratica, e altre riferite al citato documento… Nessuna di queste giustifica la trasformazione di un Paese di 1 141 748 chilometri quadri, situato nel cuore dell’America del Sud, in una base militare degli Stati Uniti.  La Colombia possiede 1,6 volte il territorio del Texas, secondo Stato dell’Unione in estensione territoriale, scippato al Messico, che poi è servito di base per conquistare a ferro e fuoco più della metà di questo Paese fratello.

D’altra parte, sono già trascorsi 59 anni dal momento in cui i soldati colombiani sono stati inviati nella lontana Asia a combattere insieme a truppe yankee contro i cinesi e i coreani nell’ottobre 1950. Quello che pretende l’impero adesso è inviarli a lottare contro i loro fratelli venezuelani, ecuadoriani e contro gli altri popoli bolivariani e dell’ALBA, per distruggere la Rivoluzione Venezuelana, come hanno cercato di fare con la Rivoluzione Cubana nell’aprile 1961.

Per più di un anno e mezzo, prima dell’invasione, il governo yankee ha incentivato, armato e utilizzato i gruppi controrivoluzionari dell’Escambray, nello stesso modo in cui oggi si serve dei paramilitari colombiani contro il Venezuela.

Quando durante l’attacco alla Baia dei Porci i B-26 yankee comandati da mercenari  operarono dal Nicaragua, i loro aerei di combattimento furono trasportati nella zona di operazioni in una portaerei, e gli invasori d’origine cubana che sbarcarono in quel punto erano scortati da navi di guerra e dalla fanteria di marina degli Stati Uniti. Oggi i loro mezzi di guerra e le loro truppe saranno in Colombia, non solo come una minaccia per il Venezuela ma per gli Stati di America centrale e America del Sud.

E’ veramente cinico proclamare che l’infame accordo è una necessità della lotta contro il traffico di droghe e il terrorismo internazionale. Cuba ha dimostrato che non c’è bisogno di truppe straniere per evitare la coltivazione e il traffico di droghe e mantenere l’ordine interno, nonostante il fatto che gli Stati Uniti, il Paese più poderoso della terra, abbiano promosso, finanziato e armato per anni le azioni terroristiche contro la Rivoluzione Cubana.

La pace interna è una prerogativa elementare d’ogni Stato, la presenza di truppe yankee in qualsiasi Paese dell’America latina con questo obiettivo è uno spudorato intervento straniero negli affari interni, che inevitabilmente provocherà il rifiuto della sua popolazione.

La lettura del documento dimostra che non solo le basi aeree colombiane sono nelle mani degli yankee, ma anche gli aeroporti civili e insomma qualunque impianto che serva alle loro forze armate.

Anche lo spazio radioelettrico rimane a disposizione di quel Paese portatore di un’altra cultura e di altri interessi che non hanno niente a che vedere con quelli del popolo colombiano.

Le forze armate nordamericane avranno prerogative eccezionali.

In qualsiasi parte della Colombia, gli occupanti possono commettere delitti contro le famiglie, i beni e le leggi colombiane, senza bisogno di rispondere davanti alle autorità del Paese; hanno portato a molti posti gli scandali e le malattie, così come hanno fatto con la base militare di Palmerola, nell’Honduras.  A Cuba, quando visitavano la neocolonia, si sono messi a cavalcioni  sul collo della statua di José Martí, nel Parco Centrale della capitale. La limitazione legata al numero totale di soldati può essere modificata a richiesta degli Stati Uniti, senza alcuna restrizione. Le portaerei e le navi di guerra che visitino le basi navali concesse porteranno l’equipaggio richiesto, e potranno essere migliaia in una solo delle loro grandi portaerei.

L’Accordo si estenderà per periodi successivi di 10 anni, e nessuno può modificarlo: questo si potrà fare alla fine di ogni periodo e facendolo sapere un anno prima. Cosa faranno gli Stati Uniti se un governo come quello di Johnson, Nixon, Reagan, Bush padre e Bush figlio e altri simili, ricevono la richiesta di abbandonare la Colombia? Gli yankee sono stati capaci di far cadere governi per decenni nel nostro emisfero. Quanto durerebbe un governo in Colombia se annunciasse tali obbiettivi?

I politici dell’America latina si trovano adesso davanti a un delicato problema: Il dovere elementare di spiegare i loro punti di vista sul documento dell’annessione.

Capisco che ciò che accade in questo momento decisivo dell’Honduras attira l’attenzione dei media e dei Ministri degli Affari Esteri di questo emisfero, ma il gravissimo e trascendente problema della Colombia non può passare inosservato dai governi latinoamericani.

Non ho dubbi sulla reazione dei popoli; sentiranno il pugnale che si pianta nel più profondo dei loro sentimenti, soprattutto quello di Colombia: si opporranno,  non si rassegneranno mai  a tale infamia!

Il mondo affronta oggi gravi e urgenti problemi. Il cambiamento climatico minaccia tutta l’umanità. Leader dell’Europa implorano in ginocchio qualche accordo a Copenaghen che eviti la catastrofe. Presentano come una realtà il fatto che al Vertice non si raggiungerà l’obiettivo di un accordo che riduca bruscamente l’emissione di gas a effetto serra. Promettono di proseguire la lotta per raggiungerlo prima del 2012, c’è il rischio reale che non si possa raggiungere prima che sia troppo tardi.

I Paesi del Terzo Mondo reclamano con tutto il diritto a quelli più sviluppati e ricchi centinaia di miliardi di dollari annuali per finanziare le spese della lotta al cambiamento climatico.

Ha alcun senso che il governo degli Stati Uniti investa tempo e denaro nel costruire basi militari in Colombia per imporre ai nostri popoli la sua detestabile tirannia? In questo modo, se un disastro minaccia il mondo, un disastro maggiore e più rapido minaccia l’impero, e tutto sarebbe  conseguenza dello stesso sistema di sfruttamento e saccheggio del pianeta.

Fidel Castro

6 novembre 2009