I forni dell’orrore nel Catatumbo (El Espectador, 9 Maggio 2009)

Così i paramilitari carbonizzavano le loro vittime

El Espectador-Redazione Giuridica

Il crudo racconto di uno smobilitato che ha raccontato alla giustizia come e perché si impiantò questa strategia criminale. La notizia della sinistra pratica delle autodefensas di carbonizzare i corpi per cancellare ogni traccia della loro barbarie nel Catatumbo l’hanno data, in diverse occasioni, Salvatore Mancuso e Jorge Iván Laverde, alias El Iguano, però i dettagli più scabrosi sui forni nei quali furono arse centinaia delle loro vittime li ha consegnati alla giustizia Armando Rafael Mejía Guerra, alias Hernán. In un racconto di un’ora, il comandante che costruì queste cucine della morte nella regione di Juan Frío, alla frontiera col Venezuela, spiega nel dettaglio come questa rudimentale forma di annichilimento si sia perfezionata attraverso la cenere e l’orrore. Sulle sponde del Táchira, di fronte ad un vecchio trapiche abbandonato, per ordine del comandante Gato, un uomo di nome Gonzalo costruì il primo forno nel 2002. Era fatto di mattoni e si alimentava con carbone minerale per accendere la fornace e, per inciso, i cadaveri. Fu un progresso, si direbbe, in questa questione di far sparire i resti lasciati dalla loro guerra. Prima bruciavano i resti delle loro vittime con i cerchioni delle auto, in qualsiasi luogo, senza procedimenti anteriori, consumando la pelle e bruciando la carne dei loro crimini insepolti con i pneumatici. “Si cercavano le sostanze, si accendevano e si gettavano i resti, raccontò seccamente Hernán. L’idea venne a Gonzalo, che ricorda che quando stava nella guerriglia si faceva lo stesso, ed ebbe a che fare con una perquisizione della Fiscalía che aveva certe informazioni di decine di fosse comuni delle AUC. “Il comandante Richard mi disse: ‘Fratello, vediamo come fare per sbarazzarci di tutto questo, perché dove arriva la Fiscalía e ci trova una fossa, ci ammazzano’.” È l’inizio di questa orripilante pratica che ha avuto un ulteriore incoraggiamento: secondo Hernán, in quei giorni, a Villa vicencio le autorità avevano trovato una fossa con 36 persone e “mi arrivò l’ordine che il comandante che si fosse fatto trovare implicato con le fosse sarebbe stato ammazzato”. E ricordò che per quattro mesi, alla fine del 2001, riesumarono le ossa di una settantina di persone e le portarono ai forni rudimentali di Juan Frío, interrompendo qualsiasi pista della giustizia per ritrovarle. Il marchi di sangue che dispiegarono le mafie del paramilitarismo da los Llanos o Urabá fino ai Santanderes costernavano il paese, però di molti dei loro morti nessuno aveva notizia. Erano già cenere. Hernán lo ratificó: i loro forni diventarono leggenda anche se, in un subitaneo attacco dicoscienza morale, racconta alla Fiscalía che in una riunione con vari comandanti “mi toccò dirgli che portassero loro stessi le persone nei luoghi dei forni per ucciderle lì”.

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