L’Esercito ha aperto il Catatumbo ai paras (Semana, 5 luglio 2009)

Nel primo anno dell’incursione paramilitare in Catatumbo, Norte de Santander, ci sono stati più di 20.000 desplazados, un numero incerto di desaparecidos e 800 civili assassinati, la maggior parte dei quali in massacri. sono stati sei anni di barbarie, senza nessun controllo statale.

TESTIMONIANZE  Per la prima volta un alto ufficiale riconosce pubblicamente la sua partecipazione in una delle più sanguinose incursioni paramilitari. la sua dichiarazione, esattamente dieci anni dopo i fatti, coinvolge alti comandi della Forza Pubblica, alcuni dei quali ancora attivi.

Nei prossimi giorni il colonnello dell’esercito Víctor Hugo Matamoros sarà chiamato a giudizio, accusato di facilitare ai paramilitari l’ingresso alla regione del Catatumbo, Norte de Santander, dove arrivarono nel 1999 e commisero varie delle loro peggiori atrocità. Solo nel primo anno di incursione ci sono stati 800 civili assassinati, molti dei quali in massacri; un numero non specificato di desaparecidos, e almeno 20.000 desplazados. Il caso di questo colonnello diventerebbe la prima di una serie di azioni giudiziali su questi fatti, che potrebbe coinvolgere almeno quattro generali e un colonnello dell’esercito, più un colonnello e un capitano di polizia.Alcuni di loro sono ancora attivi o, nonostante si siano già ritirati, mantengono alte cariche nelle loro istituzioni. Il testimone chiave di questo processo ha parlato con SEMANA. si tratta di Mauricio Llorente Chávez, che nel 1999 era maggiore dell’esercito e comandante del battaglione Héroes de Saraguro, a Tibú, la porta d’ingresso al Catatumbo. Llorente è in carcere da 10 anni ed è stato assolto in due istanze da queste accuse, ma la Corte Suprema, in cassazione, l’ha condannato a 40 anni. Il maggiore, che fino a poco fa negava la sua partecipazione a questi crimini, è diventato il ventilatore di uno scandalo dalle conseguenze imprevedibili. La Fiscalía considera attendibile la sua testimonianza, tra le altre cose, perchè coincide con versioni date da paramilitari smobilitati in altre occasioni. […] La dichiarazoine di Llorente coincide con l’annuncio del capo paramilitare estradato Salvatore Mancuso che le rivelazioni della relazione del suo gruppo con la forza pubblica saranno un “capitolo doloroso” per il paese, e un episodio di maggior peso di quanto abbia significato la parapolitica.

Diversi camion
Una delle prime cose che conferma il racconto di Llorente è il modo in cui arrivarono i paramilitari in Catatumbo. In un’operazione senza precedenti, vari camion portarono da Cordoba circa 200 paramilitari armati di tutto punto e, senza incontrare ostacoli, attraversarono 5 dipartimenti: avevano la missione di arrivare a La Gabarra, nel Catatumbo, il 29 maggio 1999.Stando alla versione di alcuni smobilitati, alla riunione di pianificazione parteciparono due generali che, con Mancuso e Carlos Castaño, disegnarono la strategia. Llorente menziona un altro generale che avrebbe provvisto informazioni cartografiche all’oggi indagato colonnello Víctor Hugo Matamoros, all’epoca comandante del Grupo Mecanizado Maza, battaglione acquartierato a Cúcuta. Secondo varie testimonianze, l’unico posto di blocco incontrato da questa carovana della morte è stato a Sardinata, sul bivio verso Tibú. “Erano 6 camion diesel quelli che partirono da Montería. Davanti andava una camionetta azzurra, che apriva il passo. Solo quando arrivammo a Sardinata (Norte de Santander) un ‘suiche’ (sottotenente dell’Esercito) ci ha fermato. Chiamò e gli diedero l’ordine di lasciarci proseguire, poichè era tutto già programmato”. La presa del Catatumbo è stata segnata da diversi massacri. tre di questi si considerano decisivi dell’ingresso paramilitare. Il primo fu quello stesso 29 maggio. Al passaggio dei camion, i paamilitari assassinarono almeno 5 persone e le lasciarono morte in mezzo alla strada, al fine di seminare i lterrore. all’attraversare Tibú, passarono a un posto di blocco della polizia a carico del capitano Luis Alexánder Gutiérrez Castro, stando al processo seguito a questi fatti. Dal processo risulta che mentre i paramilitari passavano, la polizia perquisiva i veicoli privati, e che nel mentre Gutiérrez ricevette una chiamata che lo avvisava del passaggio della carovana, e disse: “è già tutto coordinato dall’alto, li stavamo aspettanto da 20 giorni”. La missione di arrivare a La Gabarra si bloccò a Socuavo, dove la guerriglia chiuse il passo ai camion e ci furono combattimenti. Il secondo massacro fu il 17 di luglio. All’epoca il maggiore Llorente dice che si era riunito coi paras perchè dicevano di avere come riferimento il colonnello Matamoros, e assicura di essere stato presente a telefonate fatte a quest’ultimo e al colonnello di polizia a capo del dipartimento. A sua difesa, Matamoros dice che la zona dei massacri non era sotto la sua giurisdizione, e che nonostante fosse di un rango superiore, Llorente non era nella sua linea di comando. […]. Secondo Llorente, le cose si facilitarono poichè ricevette ordini del generale in capo alla divisione di inviare gran parte delle sue truppe, il che, senza ulteriori giustificazioni, lasciò il battaglione indebolito. Dice Llorente nella sua testimonianza: “Io organizzo l’incurione con David (alias il cugino di Mancuso che era al corrente di tutte le azioni). Gli dissi che l’unica cosa che serviva era realizzare un falso attacco al battaglione, per giustificare che non poteva uscire ad occuparsi di altre situazioni. Ho coordinato tutto col capitano in seconda del mio battaglione. Gli dissi che tutto ciò di cui c’era bisogno era realizzare un falso attacco al battaglione, per giustificare che non potesse uscire ad occuparsi di altre situazioni. Ho coordinato tutto col capitano in seconda del mio battaglione, che oggi è un colonnello attivo e che aveva già collaborato con le autodefensas.Abbiamo fatto una riunione e lui mi disse che l’importante era diminuire ancor di più il personale, per questo montammo un’operazione al lato opposto del luogo di ritirata delle autodefensas. abbiamo fatto questo perchè quando avessero cominciato a investigare su di noi, avremmo potuto giustificare il fatto di non avere personale in appoggio.Ci riunimmo col capitano e 15 soldati veterani per rinforzare i posti di blocco quella notte, perchè se avessimo messo soldati giovani, probabilmente avrebbero risposto agli spari delle autodefensas e questo avrebbe causato un problema. Chiesi ai soldati se fossero d’accordo e mi risposero “Maggiore, siamo con lei”. Si ritirarono nelle garritte e avrebbero lasciato silenziosi i fucili all’udire gli spari e ogni anto avrebbero sparato in aria come se stessimo rispondendo. Le autodefensas spararono nel settore della pista di ginnastuca, per non far male a nessuno, e l’accordo era che mentre facevano questo, altre autodefensas avrebbero fatto la loro incursione a Tibú”. Nel paese, i paramilitari entrarono con 3 camion. Circa 65 uomini. Arrivarono nella piazza principale di Tibú, tirarono fuori le persone dalle loro case, e una spia che si portavano dietro incappucciata indicava chi sarebbe morto.Questo succedeva a un isolato dalla stazione di polizia. Misero le donne in prima fila e buttarono per terra i segnalati, poi spararono loro col fucile alla testa. “Scorreva sangue da tutti i lati”, racconta un testimoni. Lì morirono nove persone. Poi i paramilitari rubarono i soldi dei negozi e si portarono altre 4 persone in uno dei camion. lasciavano dietro di sè i loro corpi durante la ritirata,miracolosamente uno di loro, nonostante la gravità delle ferite, sopravvisse e oggi dall’esilio è un altro dei testimoni chiave. “C’è stata una tormenta impressionante -dice Llorente- e si cominciarono a sentire i colpi. Se ne andò la luce. Tutto questo aiutò quanto sarebbe successo quella notte. Immediatamente succede tutto, ricevo una chiamata di un signore di una delle dogane e mi dice: “Maggiore, sono passate delle persone, tra le quali una donna”. Gli chiesi chi fossero e mi disse che credeva fossero paramilitari, però io gli risposi che le autodefensas non avevano donne nelle loro fila. Gli dissi che avrei mandato rinforzi. non li ho mai mandati perchè non li avevo, e oltre a uqesto non ne avevo intenzione perchè sapevo cosa stava succedendo. gli chiesi: sono già passati di là? e mi rispose: “si”. Allora mi dissi: “è già finito tutto”. Il terzo massacro ebbe luogo un mese dopo, il 21 agosto. senza alcuna resistenza, i paramilitari finalmente riuscirono a entrare nel municipio della Gabarra e assassinarono 35 persone.L’allora capitano dell’esercito Luis Fernando Campuzano, che stava al comando della guarnizione e doveva proteggere il paese, è già stato condannato per questi fatti. La Corte Suprema di giustizia ha revocato due disposizioni previe, poichè ha scoperto che Campuzano aveva ritirato il posto di blocco che si trovava all’ingresso del paese, il che facilitò l’ingresso dei paramilitari, non rispose alle chiamate di richiesta di soccorso e non fu diligente nel perseguire i responsabili.

Il dolore più grande.

A partire da questo momento, vennero i cinque anni di dolore più grande per gli abitanti della regione del Catatumbo. “Dopo tutto questo, le autodefensas cominciano a pattugliare insieme al Battaglione. Già cominciano a causare morti alla guerriglia, a occasionare combattimenti, però insieme”, dice Llorente. questa incursione paramilitare fu presentata come una strategia militare controinsurgente, però in pratica più orientata ad esercitare controllo sul narcotraffico, ad eliminare la guerriglia dalle coltivazioni e dal controllo delle tratte verso il Venezuela. Nel 2002 Carlos Castaño confessò in un’intervista con SEMANA come il 70% dei suoi redditi provenisse dal Catatumbo. Nel 2005, questa rivista aveva rivelato documenti segreti degli Stati Uniti nei quali l’ambasciatore USA dell’epoca, Curtis Kamman, mostra la sua preoccupazione sul Santander: “Argomentando di avere poche risorse e troppe missioni, l’unità dell’esercito locale si è rifiutata di combattere i paramilitari in quell’area”. sulle prime azioni dell’incursione paramilitare nella Gabarra dice: “L’uffico del Vicepresidente ha riportato privatamente che soldati dell’esercito si sono messi i braccialetti delle AUC ed hanno partecipato attivamente nei massacri… Come possono accadere sette massacri sotto il naso di diverse centinaia di membri delle forze di sicurezza?” Proprio in questo periodo si compie un decennio dall’incursione paramilitare nel Catatumbo. Una dose di verità sembra mostrare il suo volto con la testimonianza di Llorente, però ne mancano molte altre, in molte altre regioni.[…]

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