USAID nel Catatumbo: l’agrobusiness dei biocombustibili in Colombia

Le distese di palma africana che circondano il municipio di Tibù (Norte de Santander, Catatumbo, Colombia) hanno un aspetto gradevole alla vista. L’occhio abituato ai disegni geometrici e alle disposizioni cartesiane che si ammirano spesso sui pendii delle colline italiane si adagia dolcemente su queste regolari distese di piante verdi, dal colore sgargiante, la cui distribuzione contrasta con il disordine della giungla tropicale circostante. Oasi di ordinata occidentalizzazione nel caos agricolo colombiano, di “sviluppo alternativo e sostenibile” creata dall’agenzia statunitense di aiuti allo sviluppo USAID per risollevare – così recitano i colorati opuscoli del programma MIDAS (Mas Inversion para el Desarrollo Alternativo Sostenible) – le sorti di un’economia depressa dalla coca e dalla “narcoguerriglia”. In effetti ascoltando il dirigente di ASOGPADOS, l’associazione di palmicultores di Tibú, si ha davvero l’impressione che la palma sia arrivata in Catatumbo come una manna dal cielo, regalando ad agricoltori poveri e costretti dalla guerriglia all’illegalità della coltivazione di coca la tanto attesa opportunità di riscatto, per una vita degna, per migliorare il proprio standard di vita ed assicurare un futuro alla propria attività di piccoli agricoltori ed ai propri figli. “Dalla paura e dalla vergogna date dall’essere cocaleros, adesso siamo orgogliosi di essere palmicultores”, spiega José Cáceres. ASOGPADOS è stata creata ad hoc da USAID nel 2003 ed è gestita da personale locale, cui è affidato il compito di selezionare tra i richiedenti i futuri beneficiari del programma MIDAS: piccoli agricoltori, proprietari di appezzamenti non superiori ai dieci ettari, desiderosi di coltivare palma e che, attraverso l’affiliazione ad ASOGPADOS e la sottoscrizione di una quota associativa, riceveranno la formazione, l’assistenza tecnica e le agevolazioni bancarie necessarie a diventare palmicultores. La partecipazione è ampia e in continua crescita: addirittura l’associazione si è vista costretta a rifiutare le richieste di alcuni contadini il cui profilo non rispondeva all’unico requisito necessario, la proprietà della terra. Non è un dettaglio irrilevante: la presenza di questo requisito impedisce la partecipazione al progetto a gran parte degli agricoltori della regione. Il Catatumbo, infatti, ha subito negli anni 1980’ una grossa ondata di aggressione paramilitare, che ha provocato morti, migrazioni forzate e sparizioni. In questa situazione di estrema mobilità e insicurezza, le modalità più diffuse di utilizzo della terra sono l’affitto o la pura e semplice occupazione. Contadini senza terra e braccianti agricoli vedono così frustrate le proprie speranze di emancipazione attraverso la proprietà della terra: terminata la fase “pilota” nel 2007, che aveva beneficiato gli ex-coltivatori di coca (ai quali USAID ha fornito gratuitamente assistenza tecnica, formazione e le piante di palma e i fertilizzanti necessari), il programma non si è esteso ai lavoratori agricoli dipendenti, agli affittuari e agli occupanti, ma a contadini che non avevano mai coltivato coca, ed a proprietari terrieri non necessariamente contadini e in nessun caso abitanti delle campagne. Uno di loro, Parmenio, lavora in una piccola ONG locale, “Il Faro del Catatumbo”. “Non ho mai coltivato terra in vita mia”, spiega. “Con l’arrivo di quest’opportunità qui a Tibù ho comprato dieci ettari di terra ed ho due operai che li coltivano. Il valore della terra è aumentato, ovviamente. Da quando c’è la palma, comprare un appezzamento di terra è diventato difficile. Prima te la regalavano, adesso ci vogliono soldi”. Il programma MIDAS sembra aver innescato un meccanismo speculativo sulla terra coltivabile, negando l’accesso alla proprietà proprio ai piccoli contadini più danneggiati dall’economia della coca e snaturando completamente la relazione che esso pretendeva di stabilire tra la sostituzione delle coltivazioni di coca con quelle di palma e il sostegno alle popolazioni rurali in difficoltà.
Il Presidente di ASOGPADOS giustifica questo fenomeno – utilizzando le stesse parole dei documenti informativi del programma MIDAS – con la volontà di non “premiare” gli ex-cocaleros e con la funzione preventiva acquisita in itinere dal programma (indurre i contadini a coltivare palma previene la diffusione delle coltivazioni di coca). I contadini della regione che si sono convertiti alla palma spiegano la loro scelta in maniera più semplice e, probabilmente, più onesta. “Ho visto che i miei vicini stavano diventando ricchi, loro prima coltivavano coca… allora mi sono associata anch’io ad ASOGPADOS e adesso anch’io coltivo palma”. “Prima coltivavo patate, yucca, platano… Ma non si vendevano, non c’è mercato per queste cose. Mi hanno detto che la palma, invece, si vende bene. Allora ho fatto anch’io tutto quanto – l’associazione, la banca, eccetera”.
Quale che fosse lo scopo principale del progetto, pare che la conseguenza più evidente sia stata non tanto aiutare popolazioni in difficoltà, quanto diffondere a macchia d’olio la coltivazione di palma nella regione. Il carattere preventivo del programma ne svela la natura economica: esso infatti si situa in “corridoi economici pre-definiti” individuati in base a criteri puramente economici e di profitto, completamente svincolati dalla localizzazione di aree dove conflitto e narcotraffico hanno realmente creato una situazione di grave instabilità per la popolazione. Perché proprio la palma, una coltivazione atipica per i contadini colombiani, che non ne hanno esperienza? Perché il programma di sviluppo “alternativo e sostenibile” non aiuta le coltivazioni tradizionali, quelle che assicurano la sicurezza alimentare dei contadini della zona? Perché sostituire non solo la coca, ma anche le coltivazioni di uso alimentare con una pianta il cui prodotto, l’olio, ha un uso alimentare solo complementare e non è certo un elemento essenziale della dieta colombiana? Perché l’olio della palma africana è materia prima per la produzione di agrocombustibili, nuova frontiera energetica promossa come l’alternativa “pulita” al petrolio ed il cui mercato internazionale è in costante espansione. I principali esportatori mondiali sono Malesia ed Indonesia; la Colombia è già la quarta esportatrice mondiale e la prima del continente latinoamericano. Le politiche economiche del governo insistono sulla diffusione di questa pianta, puntano ad “approfittare dei vantaggi comparati” che il clima tropicale garantisce alle esportazioni del paese, investono sulla meccanizzazione e la modernizzazione dell’agricoltura. La persecuzione di queste politiche da parte del governo colombiano è fortemente appoggiata e finanziata dagli Stati Uniti, in parte attraverso il Plan Colombia ed il successivo Plan Patriota, in parte appunto attraverso programmi di sviluppo come il MIDAS. La funzione preventiva dell’aiuto allo sviluppo, che legittima l’intervento rurale anche laddove non ci siano le condizioni che lo giustificano, obbedisce chiaramente alle logiche economiche e geopolitiche che legano la Colombia al potente alleato, non certo alla preoccupazione che i contadini del Catatumbo possano cominciare, o riprendere, a coltivare coca. Una caratteristica costante dei programmi di sviluppo rurale realizzati in Colombia nel corso dei decenni, a partire dalla Missione Currie della Banca Mondiale nel 1945, è l’obiettivo della crescita economica; l’idea che aumentare il PIL, la produttività e l’efficienza capitalistica coincida con lo “sviluppo” è ineliminabile dal discorso dello sviluppo “mainstream” e in molti casi anche da quello promosso da agenzie di cooperazione più piccole. La ritroviamo immutata anche nel programma MIDAS: uno dei suoi cardini, infatti, è la “connessione dei piccoli produttori al mercato mondiale”. Inserendosi nel meccanismo internazionale di domanda e offerta, i piccoli contadini – ribattezzati, come negli anni 70’ all’epoca del programma DRI, “piccoli proprietari” e “borghesi del campo” – troverebbero mercato per i loro prodotti, godendo finalmente di tutti i benefici dell’economia capitalista avanzata. L’associazione dei palmeros raggiunge il mercato internazionale attraverso una “alleanza produttiva”, un accordo strategico con una grande azienda, senza il quale i piccoli produttori non possono accedere né al progetto né al credito bancario. Nel caso in questione, ASOGPADOS ha stretto un’alleanza produttiva con Hacienda Las Flores, impresa agroindustriale di proprietà dell’ex ministro dell’Agricoltura Murgas, che si occupa della coltivazione di palma da olio anche in altre zone della Colombia, dove ha generato problemi gravissimi (ad esempio nel Chocó). Il ruolo di Hacienda Las Flores è vendere ai contadini le piante di palma, acquistare il prodotto e assicurarne il trasporto verso gli stabilimenti di lavorazione. Questo meccanismo dovrebbe proteggere i produttori dalle oscillazioni del mercato mondiale assicurando loro un ingresso stabile. Parlando con i palmeros, però, sorgono dubbi sulla reale convenienza dell’“affare” per i piccoli proprietari, che sembra non andare molto oltre la possibilità di “comprarsi una nuova moto e farsi due birrette” (così il dirigente di ASOGPADOS riassume i benefici del progetto per i suoi concittadini). Finora la palma è stata pagata “bene”, garantendo ai palmicultores ingressi anche di 4 milioni di pesos; di questi, però, tra la percentuale che esige Las Flores per il trasporto, quella che l’associazione trattiene automaticamente come quota e quella destinata alla banca, a Dona Alba rimarranno 3 milioni di pesos. Un buon 25% del reddito mensile, a conti fatti, non passa nemmeno dalle mani del piccolo produttore. Ma Dona Alba, intervistata di fianco alla responsabile sociale di ASOGPADOS, dopo avermi detto le cifre mi dice che si tratta del “10%” del suo ingresso totale. E così faranno molti altri contadini. Forse intimoriti dalla presenza della responsabile sociale, Carmen, che tutti conoscono “da quando era piccola”, forse perché effettivamente non in grado, data l’assenza totale o parziale di scolarizzazione, di calcolare il 10% di una cifra. E quindi di verificare la veridicità dei dati e delle statistiche diffuse da ASOGPADOS. I contadini aderiscono al progetto fidandosi del mediatore sociale che conoscono e stimano, anche senza avere a disposizione tutte le informazioni necessarie per valutare i pro e i contro della partecipazione al programma (per esempio, USAID non ha mai fornito dati sulla sostenibilità della coltivazione intensiva della palma, che dopo 20 anni diventa troppo alta per continuare a raccogliere il frutto e deve essere quindi sradicata e ripiantata). Cosa succede invece quando la palma è “pagata male”, quando il prezzo mondiale subisce un’inflessione? Esistono misure volte ad ammortizzare l’impatto che variazioni di prezzo di 200, 300 pesos la tonnellata possono avere sul reddito di un piccolo produttore rurale? Ovviamente, no. Il collegamento al mercato internazionale, elemento chiave della strategia di sviluppo rurale proposta dal programma MIDAS, avviene in condizioni di subordinazione totale. I contadini si ritengono “proprietari” del loro raccolto, ma in realtà sono obbligati dalle clausole di partecipazione al progetto a comprare le piante, i semi, i fertilizzanti, e a vendere il prodotto alla Las Flores, alla quale devono anche pagare una percentuale sulla quantità di raccolto per il trasporto che la medesima azienda fornisce. Sono quindi completamente asserviti a questo monopolio della grande impresa agroindustriale: se Las Flores propone un prezzo d’acquisto basso, i contadini non possono, come vorrebbero le più elementari norme del “libero” mercato, vendere a un altro intermediario, o organizzarsi per vendere direttamente sul mercato. Sono inoltre completamente dipendenti dal prezzo internazionale della palma, sul quale non hanno alcun tipo di controllo. Quando questo cala, i contadini rischiano di rimanere senza alcun ingresso per tutto il mese e di subire ingenti perdite, poiché sia le rate bancarie sia la quota associativa di ASOGPADOS sono fisse e non dipendono dall’andamento del raccolto. I debiti contratti con la banca, inoltre, hanno anche venti anni di durata, coincidenti con il primo ciclo vitale della palma: è probabile che a ogni nuova piantumazione (sempre che le condizioni di suolo e acqua tra vent’anni la consentano) i contadini saranno quindi costretti a sottoscrivere un nuovo debito. A questo si aggiunge una perdita grave della sovranità alimentare, poiché molti contadini hanno coltivato tutto il loro appezzamento con la palma, senza lasciare spazio alla coltivazione di prodotti per il consumo alimentare della famiglia (il pancoger). Il programma di “sviluppo rurale”, del resto, non suggerisce né incentiva la consociazione delle coltivazioni per salvaguardare la sovranità alimentare dei beneficiari; i quali, troppo facilmente attratti dalla prospettiva di facili e veloci guadagni, spesso vi rinunciano senza pensare a tutte le possibili conseguenze. Alcuni hanno venduto la propria terra a prezzi molto bassi, spesso allo stesso Murgas, e il ricavato non ha loro consentito di trovare un’abitazione in città: la loro condizione, lungi dal migliorare, è passata da quella di proprietari di casa e di terra a quella di nullatenenti. Si tratta di un vero e proprio desplazamiento, anche se non forzato, che, lasciando disabitate le campagne, favorisce il processo di concentrazione della proprietà della terra, lo stabilirsi di grosse aziende agroindustriali e l’aumento dei prezzi della terra, che a sua volta rende impossibile l’accesso alla proprietà, ancora una volta, alle fasce di popolazione rurale più deboli: contadini senza terra e braccianti agricoli.
Che ne è, in tutto questo, del più volte decantato approccio “partecipativo” al programma? La costituzione dei produttori in associazione e la periodicità delle riunioni sono presentate come un elemento di promozione delle capacità autorganizzative della popolazione, ma in realtà la vita associativa di ASOGPADOS è completamente strutturata da USAID: l’associazione è una mera intermediaria tra l’agenzia statunitense e i beneficiari, all’interno della quale non c’è autonomia decisionale di nessun tipo; le riunioni sono “coatte” (se il piccolo produttore non partecipa viene multato) e la “partecipazione” è limitata alla ricezione delle informazioni riguardanti i prezzi sul mercato internazionale del frutto di palma, i prezzi dei fertilizzanti ed altre questioni tecniche sulle quali i piccoli produttori non hanno alcun controllo. La retorica della “partecipazione” della “società civile” consente, attraverso questo associazionismo di facciata, di scavalcare completamente le istituzioni democratiche locali, privando le istituzioni comunali e le juntas de accion comunal democraticamente elette di ogni controllo sul progetto. Nonostante le conseguenze della coltivazione di palma sulla società e sull’ambiente riguardino tutti gli abitanti del municipio di Tibù e meritino quindi una discussione pubblica e collettiva, le riunioni dell’associazione sono aperte ai soli palmeros: gli obiettivi e il metodo del programma non incontrano le obiezioni e le proposte alternative dei cittadini “dissidenti” in nessuna sede. Gli spazi di discussione realmente partecipativi e democratici si trovano così a dover competere con un’organizzazione esterna e non rappresentativa che ha la forza di imporre la propria concezione di “sviluppo alternativo” e le proprie attività agroindustriali e intensive sul territorio. Anche dal punto di vista della preservazione ambientale, nonostante le ripetute dichiarazioni di “sostenibilità” del programma, le conseguenze minacciano di essere gravi. L’inquinamento delle acque, lo sfruttamento del suolo, l’abuso di fertilizzanti e pesticidi, l’introduzione di specie geneticamente modificate, la perdita di biodiversità aggiungono ai danni sociali ed economici lo spettro della devastazione ambientale, del resto già in corso nei maggiori paesi tropicali produttori di palma, Malesia ed Indonesia.
Il momentaneo ed effimero boom del progetto non è sufficiente a migliorare le condizioni di vita della popolazione rurale nemmeno nel breve periodo. Poichè USAID non si assume alcuna responsabilità sociale nei confronti della regione, la popolazione continua a soffrire a causa delle drammatiche carenze nei servizi fondamentali, che certamente influiscono sul tenore di vita più della possibilità di comprare una nuova moto o una birretta. La Palma Africana traccia l’ennesimo capitolo della lunga storia dello sviluppo rurale in Colombia, storia di violenza politica, neocolonizzazione economica, erosione dei diritti umani, civili e politici di popolazioni inglobate nel mercato mondiale in una posizione di totale subalternità, che addossa loro il prezzo della globalizzazione capitalista senza distribuirne alcun vantaggio. I “beneficiari” ricevono l’illusione di condividere finalmente i benefici dello “sviluppo”, del “progresso”, del capitalismo, mentre in realtà barattano per una birra o per una moto nuova la propria sicurezza alimentare, le proprie condizioni ambientali, la tenuta democratica delle proprie istituzioni, il controllo sulle proprie risorse, la possibilità di influire democraticamente sulle scelte di politica economica che li riguardano direttamente. Lo “sviluppo” diventa così un’arma d’indebolimento delle democrazie, funzionale alla diffusione della “mentalità impresariale”, del modello neoliberista, del sistema capitalista.

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USAID nel Catatumbo: l’agrobusiness dei biocombustibili in Colombia by Alice Pelosi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.

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