Gravi conseguenze ambientali e sociali in Colombia derivate dalla coltivazione di agrocombustibili

14 novembre 2009

La politologa colombiana Paula Álvarez Roa, che vanta un’ampia esperienza lavorativa con organizzazioni sociali in temi inerenti politiche pubbliche, ambientali e rurali ed esperta in agrocombustibili in Colombia, ha parlato a Radio San Borondón del terribile impatto ambientale e sociale che questo tipo di coltivazione implica.

Paula Álvarez fa parte del Grupo Semillas, una organizzazione non governativa ambientalista colombiana che fa campagna per una società più giusta, includente ed equa, dove i diritti collettivi delle comunità e delle organizzazioni contadine afrocolombiane e indignee siano rispettate sulla base del riconoscimento del proprio territorio, della loro autonomia e dei loro saperi tradizionali e che cerchi alternative di vita sostenibili.

Per questa esperta in agrocombustibili, “esistono molte minacce e impatti. Le principali coltivazioni al momento promosse per la produzione di agrocombustibili sono la palma aceteira, per la produzione di biodiesel, la canna da zucchero per la produzione di etanolo. Questo tipo di coltivazioni si sviluppano in grandi piantagioni, grandi estensionoi di terra che sono occupate da queste piantagioni, e che recano enormi pericoli di tipo ambientale, sociale e di diritti umani”.

In quanto ai pericoli ambientali, Paula Álvarez ha spiegato che “essendo grandi piantagioni quelle che si stanno diffondendo, c’è una massiva deforestazione di boschi e giungle naturali. Si stanno pregiudicando ricchissimi ecosistemi esistenti nel paese per seminare queste piantagioni, che richiedono una terra molto fertile e molta acqua. Le coltivazioni per agrocombustibili, cioè la canna da zucchero e la palma aceteira, sono coltivazioni che richiedono un’enorme quantità d’acuqa per ettaro. Per esempio, nel caso della palma aceteira, un ettaro di questa coltivazione richiede 12.000 metri cubi di acqua. Nel caso della canna da zucchero, sono 10.000 metri cubi. Questo significa un uso intensivo della risorsa idrica che, comparata con coltivazioni destinate all’alimentazione come il miglio, il mais, il pomodoro o le verdure, richiede infinitamente più acqua”.

L’esperta spiega inoltre che “questo tipo di coltivazioni sono associate a tutto ciò che si conosce come il pacchetto tecnologico, ovvero, l’uso intensivo di agro-tossici. Sono coltivazioni che richiedono una forte meccanizzazione. Quindi, qui troviamo un altro elemento. Sarebbe a dire, non è vero l’argomento che ci propinano in continuazione i promotori degli agrocombustibili come via d’uscita alla crisi del riscaldamento globale. È un argomento completamente falso dato che diversi studi già realizzati internazionalmente dimostrano come queste coltivazioni richiedono, per riprodursi, una deforestazione e un uso intensivo derivato del petrolio, attraverso agro-tossici, agro-chimici, meccanizzazione… non è vero che gliagrocombustibili sono amici della natura, non sono “verdi”, come è stato detto”.

Ancora, in termini sociali, secondo Paula Álvarez, “in Colombia si è venuto sperimentando questo modello di agrocombustibili, di grandi estensioni dedicate a queste coltivazioni attraverso una sistematica violazione dei diritti delle comunità locali in quanto a permanenza nei propri territori. Del resto la Colombia, dopo il Sudan, è il secondo paese col maggior numero di sfollati nel mondo. Stiamo parlando di circa 4 milioni di persone sfollate. Questa è una delle conseguenze dirette degli agrocombustibili”.

Oltre alla problematica soiale c’è il tema della terra, spiega Álvarez, dato che “la Colombia è un paese che non ha risolto il tema dei titoli di proprietà. Così, ciò che si è fatto con questo tipo di modelli agroindustriali è, praticamente, una legalizzazione del saccheggio delle terre che è esistito nel paese dalla notte dei tempi”.

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