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L’annessione della Colombia agli Stati Uniti

 

Un commento  di Fidel al nuovo accordo USA-Colombia per la costruzione di basi militari in territorio colombiano. Interessante, anche se in un passaggio sembra convinto anche lui che nel 2012 finirà il mondo…

L’ANNESSIONE DELLA COLOMBIA AGLI STATI UNITI

Qualsiasi persona informata capisce subito che l’edulcorato “Accordo complementare di Cooperazione e Assistenza Tecnica per la Difesa e Sicurezza tra i governi della Colombia e degli Stati Uniti”, sottoscritto il 30 ottobre e pubblicato nel pomeriggio del 2 novembre, corrisponde alla annessione della Colombia agli Stati Uniti.

L’accordo mette in imbarazzo teorici e  politici. Non è onesto stare zitti adesso per poi parlare di sovranità, democrazia, diritti umani, libertà d’opinione e altre delizie, allorché un Paese è divorato dall’impero con la stessa facilità con cui una lucertola caccia una mosca.

Si tratta del popolo colombiano, pieno d’abnegazione, lavoratore, e lottatore. Ho cercato nel pesante libro  una giustificazione digeribile, però non ho trovato niente.

In 48 pagine di 21 righe ciascuna, cinque sono dedicate a filosofare sui precedenti del vergognoso assorbimento che fa diventare la Colombia un territorio oltremare. Tutte si basano sugli accordi sottoscritti con gli Stati Uniti dopo l’assassinio del prestigioso leader progressista Jorge Eliécer Gaitán il 9 aprile 1948 e la creazione dell’Organizzazione degli Stati Americani il 30 aprile 1948, proposta dai Ministri degli Affari Esteri dell’emisfero, riuniti a Bogotá  e condotti dagli Stati Uniti nei tragici giorni in cui l’oligarchia colombiana  ha tolto la vita a quel dirigente e scatenato la lotta armata in quel Paese.

L’accordo d’Assistenza Militare tra la Repubblica di Colombia e gli Stati Uniti, nell’aprile 1952; quello legato a “ una Missione dell’Esercito, una Missione Navale e una Missione Aerea delle Forze Militari degli Stati Uniti” sottoscritto il 7 ottobre 1974;  la Convenzione delle Nazioni Unite contro il Traffico illecito di stupefacenti e Sostanze Psicotrope, del 1988; la Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato Transnazionale, del 2000; la Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza, del 2001;  la Lettera Democratica Interamericana, quella di Politica di Difesa e Sicurezza Democratica, e altre riferite al citato documento… Nessuna di queste giustifica la trasformazione di un Paese di 1 141 748 chilometri quadri, situato nel cuore dell’America del Sud, in una base militare degli Stati Uniti.  La Colombia possiede 1,6 volte il territorio del Texas, secondo Stato dell’Unione in estensione territoriale, scippato al Messico, che poi è servito di base per conquistare a ferro e fuoco più della metà di questo Paese fratello.

D’altra parte, sono già trascorsi 59 anni dal momento in cui i soldati colombiani sono stati inviati nella lontana Asia a combattere insieme a truppe yankee contro i cinesi e i coreani nell’ottobre 1950. Quello che pretende l’impero adesso è inviarli a lottare contro i loro fratelli venezuelani, ecuadoriani e contro gli altri popoli bolivariani e dell’ALBA, per distruggere la Rivoluzione Venezuelana, come hanno cercato di fare con la Rivoluzione Cubana nell’aprile 1961.

Per più di un anno e mezzo, prima dell’invasione, il governo yankee ha incentivato, armato e utilizzato i gruppi controrivoluzionari dell’Escambray, nello stesso modo in cui oggi si serve dei paramilitari colombiani contro il Venezuela.

Quando durante l’attacco alla Baia dei Porci i B-26 yankee comandati da mercenari  operarono dal Nicaragua, i loro aerei di combattimento furono trasportati nella zona di operazioni in una portaerei, e gli invasori d’origine cubana che sbarcarono in quel punto erano scortati da navi di guerra e dalla fanteria di marina degli Stati Uniti. Oggi i loro mezzi di guerra e le loro truppe saranno in Colombia, non solo come una minaccia per il Venezuela ma per gli Stati di America centrale e America del Sud.

E’ veramente cinico proclamare che l’infame accordo è una necessità della lotta contro il traffico di droghe e il terrorismo internazionale. Cuba ha dimostrato che non c’è bisogno di truppe straniere per evitare la coltivazione e il traffico di droghe e mantenere l’ordine interno, nonostante il fatto che gli Stati Uniti, il Paese più poderoso della terra, abbiano promosso, finanziato e armato per anni le azioni terroristiche contro la Rivoluzione Cubana.

La pace interna è una prerogativa elementare d’ogni Stato, la presenza di truppe yankee in qualsiasi Paese dell’America latina con questo obiettivo è uno spudorato intervento straniero negli affari interni, che inevitabilmente provocherà il rifiuto della sua popolazione.

La lettura del documento dimostra che non solo le basi aeree colombiane sono nelle mani degli yankee, ma anche gli aeroporti civili e insomma qualunque impianto che serva alle loro forze armate.

Anche lo spazio radioelettrico rimane a disposizione di quel Paese portatore di un’altra cultura e di altri interessi che non hanno niente a che vedere con quelli del popolo colombiano.

Le forze armate nordamericane avranno prerogative eccezionali.

In qualsiasi parte della Colombia, gli occupanti possono commettere delitti contro le famiglie, i beni e le leggi colombiane, senza bisogno di rispondere davanti alle autorità del Paese; hanno portato a molti posti gli scandali e le malattie, così come hanno fatto con la base militare di Palmerola, nell’Honduras.  A Cuba, quando visitavano la neocolonia, si sono messi a cavalcioni  sul collo della statua di José Martí, nel Parco Centrale della capitale. La limitazione legata al numero totale di soldati può essere modificata a richiesta degli Stati Uniti, senza alcuna restrizione. Le portaerei e le navi di guerra che visitino le basi navali concesse porteranno l’equipaggio richiesto, e potranno essere migliaia in una solo delle loro grandi portaerei.

L’Accordo si estenderà per periodi successivi di 10 anni, e nessuno può modificarlo: questo si potrà fare alla fine di ogni periodo e facendolo sapere un anno prima. Cosa faranno gli Stati Uniti se un governo come quello di Johnson, Nixon, Reagan, Bush padre e Bush figlio e altri simili, ricevono la richiesta di abbandonare la Colombia? Gli yankee sono stati capaci di far cadere governi per decenni nel nostro emisfero. Quanto durerebbe un governo in Colombia se annunciasse tali obbiettivi?

I politici dell’America latina si trovano adesso davanti a un delicato problema: Il dovere elementare di spiegare i loro punti di vista sul documento dell’annessione.

Capisco che ciò che accade in questo momento decisivo dell’Honduras attira l’attenzione dei media e dei Ministri degli Affari Esteri di questo emisfero, ma il gravissimo e trascendente problema della Colombia non può passare inosservato dai governi latinoamericani.

Non ho dubbi sulla reazione dei popoli; sentiranno il pugnale che si pianta nel più profondo dei loro sentimenti, soprattutto quello di Colombia: si opporranno,  non si rassegneranno mai  a tale infamia!

Il mondo affronta oggi gravi e urgenti problemi. Il cambiamento climatico minaccia tutta l’umanità. Leader dell’Europa implorano in ginocchio qualche accordo a Copenaghen che eviti la catastrofe. Presentano come una realtà il fatto che al Vertice non si raggiungerà l’obiettivo di un accordo che riduca bruscamente l’emissione di gas a effetto serra. Promettono di proseguire la lotta per raggiungerlo prima del 2012, c’è il rischio reale che non si possa raggiungere prima che sia troppo tardi.

I Paesi del Terzo Mondo reclamano con tutto il diritto a quelli più sviluppati e ricchi centinaia di miliardi di dollari annuali per finanziare le spese della lotta al cambiamento climatico.

Ha alcun senso che il governo degli Stati Uniti investa tempo e denaro nel costruire basi militari in Colombia per imporre ai nostri popoli la sua detestabile tirannia? In questo modo, se un disastro minaccia il mondo, un disastro maggiore e più rapido minaccia l’impero, e tutto sarebbe  conseguenza dello stesso sistema di sfruttamento e saccheggio del pianeta.

Fidel Castro

6 novembre 2009

Guarda al Catatumbo

E’ cominciata il 9 luglio e terminerà a dicembre la campagna per le vittime del Catatumbo, “Mira al Catatumbo”, promossa tra le altre da MINGA, REDHER, CISCA, ASCAMCAT e numerose associazioni locali di Tibù e del Catatumbo. In occasione del decennale della prima incursione paramilitare nella regione, che inaugurò un decennio di terrore e morte per la popolazione del Catatumbo, una carovana di memoria e di lotta torna nei luoghi significativi della regione.

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Qui il programma della manifestazione, tratto dal sito di MINGA.

Di seguito la traduzione della raccolta di documenti pubblicata da Indymedia Colombia

10 anni intessuti di dolore

Guarda al Catatumbo

Le sue vittime: un fiume di memoria e di dignità

La regione del Catatumbo (Norte di Santander) è stata una delle più colpite dalla recente violenza sociale e politica nel paese. Si calcola in cinquemila il numero delle vittime negli ultimi anni, mentre oltre 40mila sono stati i desplazados. Nel 1999 si verifica la prima incursione paramilitare nella regione del Catatumbo, con i massacri de La Gabarra (29 maggio e 21 agosto 1999) e di Tibù (17 luglio 1999). Posteriormente, nel 2001 e nel 2002 il paramilitarismo si espande al medio e alto Catatumbo, aumentando il numero di vittime. Specialmente ricordata con orrore è la distruzione del corregimiento di Filo Gringo.

La proporzione e la molteplicità dei crimini in relazione alla popolazione del Catatumbo, come il profondo impatto degli stessi, evidenzia che l’insieme delle comunità della regione sono state colpite dal marchio della morte, impattando su tutte le loro condizioni di vita: psicologiche, economiche, sociali, politiche, culturali e ambientali.

Per superare il passato indegno
I forni dell’orrore in Catatumbo
L’Esercito ha aperto il Catatumbo ai paras
Rifugio umanitario in Catatumbo, Norte de Santander
CMP INFORMA: (Video) Catatumbo sul piede della lotta

CMP INFORMA: Campesinos del Catatumbo nel rifugio umanitario realizzano una conferenza stampa
Viaggio ai forni crematori costruiti dai paramilitari nel Norte de Santander
CMP Diffonde: contro le fumigazioni, per la vita e la dignità

Un caso di studio: l’impatto di un progetto di sviluppo rurale di USAID nella regione del Catatumbo

Quello che segue è l’ultimo capitolo della mia tesi. Un resoconto sinteticissimo della mia esperienza di ricerca a Tibù, Catatumbo, Norte de Santander, Colombia. Se  vi piace, se dopo averlo letto volete citarlo, usarlo, modificarlo…potete farlo, non a scopo di lucro ed indicando la fonte: “Colombia: quale sviluppo? Iniziative di sviluppo rurale nella regione colombiana del Catatumbo”, tesi di laurea magistrale in Relazioni Internazionali di Alice Pelosi, Università degli Studi di Bologna, A.A. 2008-2009.

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Un caso di studio: l’impatto di un progetto di sviluppo rurale di USAID nella regione del Catatumbo by Alice Pelosi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License. Permissions beyond the scope of this license may be available at http://creativecommons.org.

L’analisi di un progetto di sviluppo rurale promosso da una grande agenzia di aiuti allo sviluppo in una regione caratterizzata, per tutto il ventennio appena considerato, da forte presenza sia di guerriglia che di paramilitarismo, può fornire delle risposte ai quesiti di cui sopra ed individuare quali sono gli spazi di partecipazione e protagonismo della popolazione rurale nella definizione dei propri obiettivi di sviluppo e nell’implementazione di strategie adeguate.
Nella regione colombiana del Catatumbo è attivo dal 2006 un progetto dell’agenzia governativa statunitense di aiuti allo sviluppo, USAID. Il progetto, denominato MIDAS (Más Inversión Para el Desarrollo Alternativo), è specificatamente indirizzato alle famiglie della campagna colombiana e si propone di “incoraggiare lo sviluppo alternativo sostenibile, appoggiando famiglie sfavorite attraverso iniziative private impresariali, agroindustriali, forestali e di riforme nell’ambito legale ed istituzionale che permettano di generare ingressi leciti, migliorando le loro condizioni di vita e le opzioni socioeconomiche” . MIDAS si propone di attrarre ed incentivare l’investimento privato in agricoltura, specificatamente in coltivazioni considerate di “importanza strategica”: cacao, caffè, palma, gomma e prodotti forestali destinati al commercio. Questo obiettivo è raggiunto a mezzo di quattro aree principali: agrobusiness, forestale, PYME (piccola e media impresa) e politica. Ai fini della seguente trattazione, ci si soffermerà sull’esposizione e l’analisi della prima e dell’ultima area .
L’obiettivo dell’area “agrobusiness” è quello di stimolare il settore privato e i commerci leciti, promuovendo la cultura impresariale tra i piccoli agricoltori e generando fonti alternative di reddito ed occupazione nei sei “corridoi geografici” dove opera MIDAS. L’area agrobusiness appoggia imprese ed associazioni private che siano in grado di raggiungere gli standard internazionali ed accedere ai mercati esterni. Allo stesso tempo si propone di coinvolgere i piccoli agricoltori e le comunità vulnerabili, generando opportunità socioeconomiche per la popolazione rurale: la “crescita regionale sostenibile” è possibile infatti solo con l’apporto fondamentale delle strutture organizzative della popolazione, rafforzando la coesione sociale ed aumentando i poteri locali. Gli obiettivi previsti per il 2010 sono la creazione di 31.000 impieghi, la coltivazione di 149.000 ettari con “coltivazioni lecite e sostenibili”, la creazione o il rafforzamento di 70 imprese del settore privato; tutto ciò dovrebbe procurare benefici diretti a 18.000 famiglie.
La fonte alternativa di reddito proposta dal programma MIDAS, in stretta coordinazione con le politiche di sviluppo nazionali e le priorità stabilite dallo statunitense Plan Colombia, è la coltivazione della palma africana, coltivazione considerata di alto valore strategico per l’ottimo posizionamento sul mercato internazionale quale materia prima per la produzione di agrocombustibili. La scelta di questa coltivazione sembra obbedire ad un criterio efficiente e razionale: per risollevare le sorti di un’economia post-conflitto completamente depressa, è necessario individuare un’alternativa che goda di ottimi vantaggi comparati sul mercato internazionale e possa garantire impiego stabile e lecito alla popolazione. In realtà, come si avrà modo di osservare in seguito, le conseguenze sociali, economiche e politiche del progetto si allontanano molto da quelle dichiarate, provocando la disgregazione di quel tessuto sociale che si pretendeva tutelare e rafforzare. Dall’analisi dell’area di “politica”, infatti, emerge molto chiaramente come la popolazione locale di “beneficiari” non abbia alcuna voce in capitolo e debba limitarsi a “ricevere” l’”aiuto” secondo modalità, obiettivi e finalità decisi altrove:

“[L’area ‘politica’] cerca di promuovere riforme alla politica economica e rafforzare l’istituzionalità al fine di aumentare la competitività colombiana in forma sostenibile. Con ciò si vuole incamminare la Colombia per un sentiero di rapida crescita economica ed alti tassi di occupazione. […] L’area di politica appoggia direttamente l’area agrobusiness nell’implementazione di progetti produttivi fomentando, mediante riforme legali ed istituzionali, la competitività e lo sviluppo della Colombia. Appoggia anche l’implementazione di riforme critiche richieste per l’effettiva messa in marcia del Trattato di Libero Commercio –TLC”.

Il programma MIDAS è chiaramente uno strumento di politica economica internazionale, utilizzato dai governi colombiano e statunitense, che prevede la modifica del quadro legislativo colombiano e degli orientamenti produttivi dell’agricoltura del paese al fine di rendere entrambi più permeabili alle strategie geopolitiche statunitensi. Gli ambiti di ingerenza del programma di aiuti allo sviluppo nel quadro normativo di uno stato sovrano sono numerosissimi:

“Attraverso il suo intervento negli sviluppi legislativi per contribuire al rafforzamento dell’istituzionalità ed al consolidamento dello sviluppo dei diritti umani, l’area di Politica lavora in differenti ambiti. Lavora in: Mercati Finanziari – Competitività – Agricoltura, Foreste e Ambiente – Acceso al Mercato della terra – Norme tecniche – Legislazione sul lavoro – Standard Sanitari e Fitosanitari – Dogana – Servizi – Politica Fiscale”.

Ancor più numerosi appaiono se si considera che il programma, nominalmente, è destinato allo sviluppo alternativo di circoscritte aree rurali, al fine di sostituire la coltivazione di coca con altre coltivazioni che garantiscano un guadagno lecito agli agricoltori . Invece di adattarsi alle norme vigenti nel paese di intervento, è l’agenzia ad adattare a sé le norme, subordinando l’implementazione del progetto e la distribuzione dei benefici alla creazione di un quadro legislativo ed economico adeguato al proprio modus operandi ed agli obiettivi di politica economica internazionale dei quali è portavoce. I “beneficiari” del progetto non hanno chiaramente alcuna voce in capitolo sugli obiettivi del programma, sulle riforme legislative che l’agenzia di aiuti ritiene necessarie, sulla politica economica decisa dal governo del proprio paese: il programma di sviluppo scavalca ed esautora le reali istanze partecipative e democratiche del popolo, relegandolo ad una falsa partecipazione meramente strumentale all’implementazione del progetto.

La strategia nazionale di sviluppo alternativo: agrocombustibili e sicurezza

Analizziamo più nel dettaglio le relazioni intercorrenti tra la politica economica nazionale, la politica estera statunitense ed il programma MIDAS. Continua a leggere

Primero de Mayo – Bogotá

Notizie da Tibù

Buongiorno,

finalmente notizie da Tibù, Norte de Santander, Catatumbo, Colombia (se avete una cartina sottomano, in alto a destra, al confine col Venezuela).

Dunque, questa regione (che ha visto la nascita dei gruppi guerriglieri negli anni ’50) è ricchissima: acqua, petrolio, carbone, biodiversità, ed un terreno fertile dove cresce qualsiasi cosa. Ovviamente trattandosi di un paese “del Terzo Mondo” questa ricchezza è la sua rovina. L’incursione paramilitare (1994-2002) oltre al numero impressionante di omicidi e sparizioni forzate ha causato l’estensione della coltivazione della coca e il desplazamiento di molte famiglie dalle campagne alla città. Risultato: concentrazione della proprietà della terra nelle mani di pochi, spesso gli stessi paramilitari o persone ad essi legate, ed accanimento dell’esercito con le fumigazioni che teoricamente dovrebbero distruggere la coca e praticamente distruggono tutto il resto. La situazione è propizia per gli investimenti: distrutta la guerriglia, spaventate ed affamate le persone, e concentrata la proprietà della terra. Infatti qui è il regno di ecopetrol (industria petrolifera nazionale) e di tutte le imprese straniere associate. Ecopetrol e compagnia costruiscono strade che collegano la città alle altre grandi città, ed il centro urbano ai pozzi. Punto. Se una vereda (piccolo agglomerato di case in campagna) di 30 famiglie non attraversa uno di questi corridoi strategici, gli abitanti possono continuare a camminare nel fango… e non possono costruirsi la strada da soli, perché la compravendita di cemento dev’essere autorizzata dall’esercito (perché il cemento è un ingrediente della lavorazione della coca, come la gasolina). La città ha sviluppato servizi solo in funzione di ecopetrol e delle compagnie europee e statunitensi associate: alberghi, supermercati, birra in tutti gli angoli… però manca tutto il resto, tutto ciò che possa riguardare la qualità di vita degli abitanti, la ricreazione, lo svago, la cultura e la salute. Senza contare che i prezzi salgono vertiginosamente, visto che sono tarati sul potere d’acquisto dei dipendenti di ecopetrol e non su quelli degli abitanti del centro urbano e delle campagne.

In mezzo a questo macello, arriva USAID, l’agenzia governativa statunitense di aiuti allo sviluppo. Già l’idea che qualcuno di “statunitense” “aiuti” lo “sviluppo” fa accapponare la pelle, e con ragione. Con l’accordo del governo, ed inserendosi in un programma già tracciato dalle linee “sociali” del Plan Colombia, USAID ha portato qui nel municipio di Tibù il programma MIDAS (visto che umiltà? Mida, il re che rende oro tutto ciò che tocca… forse anche qui ad un certo punto si renderanno conto che l’oro non si mangia…). Il programma MIDAS, ammantato di paroloni come “sviluppo alternativo”, “rafforzamento dell’associazionismo comunitario” ecc… ecc… altro non è che la conversione di quanta più terra possibile alla monocoltivazione della palma africana. Stanno convincendo, devo dire con successo, i contadini a coltivare quanta più palma possibile nei loro appezzamenti, con crediti agevolati presso la banca agraria , perché la palma è il futuro, ha un mercato garantito, sarà sempre economicamente viabile, visto che Europa e Stati Uniti progettano di comprarne enormi quantità per fare gli agrocombustibili! Fin qui sembra anche carino: il programma è rivolto ai “piccoli proprietari”, vuole instillare la “mentalità impresariale” nei novelli borghesi del campo ecc… ecc… ma non c’è da aspettarsi niente di buono. Se gli Stati Uniti intervengono a gamba tesa in un municipio colombiano popolato al 70% da contadini, povero nonostante tutta la ricchezza petrolifera che fluisce lungo il suo territorio, non c’è da pensare neanche per un minuto che lo faccia per filantropia!

Vi racconto le cose che ho scoperto finora ed alcune conclusioni che ho tratto:

1) le condizioni di credito: i contadini contraggono debiti a 11-12 anni, con 4 anni di grazia (quelli in cui la palma ancora non rende). Quindi 15-16 anni legati alla banca che ogni mese chiede i soldi. E quanto dura la vita produttiva della palma? Esattamente 15-16 anni. Ovvero, finito di pagare, i contadini si ritrovano con palme da abbattere.

2) La proprietà della terra: tutti rincoglioniti con l’idea di essere i piccoli padroni della terra, gli è sfuggito che la coltivazione non gli appartiene. Ovvero sono proprietari della terra ma non delle palme. E se un contadino decide che non vuole più coltivare palma perché non gli sta rendendo, non può coltivare nient’altro e deve aspettare che la coltivazione continui a produrre finché non ha esaurito il suo debito con la banca.

3) I costi della coltivazione. Alla rendita derivante dalla raccolta del prodotto, i contadini devono sottrarre i prezzi di: concimi e fertilizzanti, chimici (sono OBBLIGATI dal programma a gettare quantità di prodotti chimici sulla coltivazione), trasporto, commercializzazione, quota associativa all’associazione di produttori, rata della banca. In totale circa il 25% della rendita. Inoltre, questi costi non sono sensibili alle variazioni internazionali del prezzo. Questo vuol dire che se anche la palma perde valore sul mercato internazionale, i costi non diminuiscono. Quindi il contadino vede notevolmente ridotti i propri guadagni. Probabilmente per rifarsi coltiverà più palma e smetterà di coltivare i prodotti necessari alla propria sussistenza, o di allevare animali per avere carne.

4) Sicurezza alimentare (la Colombia ha cominciato a d importare RISO dal Venezuela, è come se l’Italia cominciasse ad importare pasta dalla Grecia): il contadino non produce più i beni di prima necessità per il sostentamento proprio e della famiglia, si trova a dipendere completamente dal mercato e dall’oscillazione internazionale dei prezzi dell’unico prodotto che coltiva.

5) Costi: i beni di prima necessità, a causa di vari fattori (scarsità visto che nessuno più li coltiva, prezzi dell’importazione, prezzi locali adattati ai compratori ricchi di ecopetrol), hanno duplicato il loro prezzo nell’ultimo anno. Quindi l’aumento di reddito del contadino è relativo, perché va rapportato all’aumento costante dei prezzi (vivere qui costa non dico come a Bogotà, ma quasi; e sicuramente per il livello di vita e la qualità dei servizi è assolutamente fuori misura).

6) Il latifondismo. Nonostante l’enfasi sui piccoli proprietari, piccoli produttori, piccoli imprenditori, le leggi del capitalismo seguono il loro corso. L’ex ministro dell’agricoltura, Murgas, possiede nella regione più di 3000 ettari di palma. Inoltre possiede l’industria “Las Flores”, che vende le piante di palma, trasporta il frutto, lo compra e lo rivende. Insomma tutta la catena produttiva in realtà è in mano ad un’unica grande impresa. Questo capestro è previsto dal programma stesso: i contadini non potevano beneficiare degli aiuti in assenza di un grande commercializzatore del prodotto. Ovviamente man mano che i “piccoli produttori” falliscono(e molti falliscono, date le condizioni di cui sopra) questa azienda ingurgita, per mezzo di prestanome vari, sempre più ettari di terra. Visto che tutta l’operazione è legata al credito bancario, ovviamente non può che favorire la grande impresa, in grado di disfarsi presto del debito ed arricchirsi più in fretta. Inoltre tutta una serie di costi per fertilizzanti, concime, chimici vari, influisce molto meno sul grande produttore che sul piccolo. Infine, la grande azienda ammortizza molto più facilmente le oscillazioni di prezzi sul mercato internazionale.

7) Il desplazamiento. Un contadino furbo, che si è rifiutato di coltivare palma, mi ha detto: “ora che la terra vale di più, tutti la vendono, o pagano l’operaio perché vada a lavorare la terra, e lui si compra una casa qui nel centro urbano, e pensa di poter vivere di rendita come un signore, ma non ha lavoro, un contadino sa lavorare la terra e qui in città non c’è terra. Come finirà? Finirà senza lavoro nel centro urbano, e senza terra in campagna. È esattamente quello che è successo con la violenza di qualche anno fa, solo che questa volta i contadini sono d’accordo. È un desplazamiento consentito. Invece di insegnare al contadino che non deve abbandonare la terra, che bisogna popolare il territorio, vivere nella propria terra, non andarsene, fanno di tutto per convincerlo ad andare via… è un desplazamiento, solo che questa volta non c’è bisogno di ucciderli perché sono d’accordo”.

8 ) Le associazioni di coltivatori di palma. Queste associazioni, che raccolgono i piccoli produttori, sono state messe in piedi interamente dal programma MIDAS, che ha scelto finanche il nome di dette associazioni. Grado di indipendenza, autonomia, decisionalità: 0. tutto quello che devono fare è convincere quanti più contadini a coltivare palma e produrre, produrre, produrre. Il “rafforzamento della vita comunitaria” consiste in riunioni alle quali i contadini devono assistere, e nelle quali si discute di prezzi e quantità; lo “sviluppo sociale” consiste nella costruzione di campi da calcio.

9) Il danno ambientale: tra 15 anni non si potrà piantare più niente, queste terre saranno un deserto, l’acqua sarà ridotta ed inquinatissima. Per favore non credete a chi vende la storiella dei “biocombustibili”, dell’“energia pulita”, “verde” e tutte queste cazzate… la monocoltivazione provoca alla terra un danno irreversibile.

10) Il paramilitarismo. Il grande quesito inevaso è: chi sta tornando nelle campagne a coltivare palma? Chi sono i nuovi proprietari? Corrispondono alle persone desplazadas dal paramilitarismo? Com’è possibile che si stiano già formando nuovi latifondi di monocoltivazioni? Tutto fa pensare ad un ritorno dell’ondata di violenza collegata alla presenza di una coltivazione economicamente redditizia. Al paramilitarismo non fa differenza che si tratti di coca o palma, l’importante è che renda.

Ci sarebbe inoltre da parlare anche della strategia governativa di sicurezza democratica e della falsa lotta al narcotraffico, ma me lo tengo per un nuovo aggiornamento…

In quanto a me, sono viva, sto bene, ho conosciuto un’associazione di gente simpatica che si chiama Pachamama e sta costruendo una fattoria dimostrativa completamente bio dove coltivare tutti i prodotti dell’economia campesina… Vivo in una stanza in affitto in una casa a un piano con un patio nel mezzo e cucina e lavatoio in comune; qui ci sono un numero impressionante di case, ma tutti vivono in affitto… il boom edilizio fa le sue vittime anche qui! Nella mia cameretta c’è un letto troppo grande, un tavolino di legno, una scrivania, un appendiabiti, un ventilatore. Spartana ma funzionale. Le interviste stanno andando bene, sono circondata da una spontanea rete di solidarietà, non mi muovo sola (questo paragrafo serve soprattutto a tranquillizzare la mamma)… Soffro il caldo mostruoso, sono sempre in giro a fare interviste, studio la sera, faccio foto, una sera ho anche giocato a biliardo (attività di socializzazione). Spero che quanto ho scritto oggi possa soddisfare curiosità, ansie e preoccupazioni…

Prometto…

..Che appena posso faccio un bel post sugli agrocombustibili. Sono a Tibù, Catatumbo, Norte de Santander, e ne scopro delle belle sulla palma…

Questioni in sospeso!

So che non ci crederete, ma lo studio mi ha tenuta lontana dal blog! Quindi adesso ci sono un po’ di aggiornamenti da fare… Prima di tutto, siccome mi giungono voci sulla pessima visualizzazione del sito, vi informo che il sito si vede bene con QUALSIASI BROWSER TRANNE INTERNET EXPLORER, che per motivi suoi (di arroganza) non rispetta non so quali codici internazionali di visualizzazione e fa vedere le cose come dice lui. Quindi liberatevi del dominio microsoft ed installate un altro motore di ricerca.

Ho ricevuto con gioia il commento di un’amica tedesca, quindi è doveroso rendere nota una notizia che ha già qualche settimana, che ho diligentemente riportato nei link ma alla quale non ho dedicato un post: si tratta dell’espulsione per sette anni dalla Colombia di una studentessa tedesca, arrestata ed illegalmente detenuta durante i primi giorni della Minga Indigena. Nei documenti potete leggere la descrizione dei fatti e la denuncia di RedHer.

La Minga Indigena che era scomparsa è riapparsa ed ha tenuto un assolutamente infruttuoso dialogo di 6 ore col prescidente Uribe a La María, Piendamó. Ora prevedono di incontrarsi nuovamente a Bogotá (clicca qui per l’articolo su El Tiempo), e qui nella capitale il problema – penso io – perderà molto della sua natura politica per assumerne molti di natura logistica -dove dormiranno? cosa mangeranno? qui il movimento indigeno non gode assolutamente di tutto l’appoggio sul quale ha potuto contare da La María a Cali…

Infine (si fa per dire) viene lentamente ma inesorabilmente a galla lo scandalo dei falsi positivi: ovvero, omicidi chel’esercito tenta di far passare per morti avvenute in combattimento, ma che in realtà nascondono l’assassinio sistematico di civili. L’ultima grande notiziona è che Uribe si è visto costretto a dimettere ben 27 generali, a causa delle prove schiaccianti emerse dopo il caso di Soacha: 7 giovani scomparsi dal quartiere di Bogotà e ricomparsi, giorni dopo, morti a circa 400 chilometri di distanza. Pare che fossero stati rapiti (o arruolati? questo non è chiaro) dai paramilitari e quindi uccisi, i corpi successivamente sarebbero stati “offerti” all’esercito perchè mostrasse altri risultati nella lotta alla guerriglia. Causa sonno non traduco nulla, però domani prometto che su Soacha ed i falsi positivi ci spendo qualcosa in più.
Nella prossima puntata anche interessanti rivelazioni sugli agrocombustibili, visto che si avvicina la mia partenza per il Catatumbo ed ancora non siete ben informati sul tema della mia geniale trattazione!